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    <title>Articoli di approfondimento sulla Grande Guerra</title>
    <link>http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Articoli.html</link>
    <description>Le nostre vie e le nostre piazze, come accade in tutto il mondo, sono piene di monumenti commemorativi ai milioni di caduti di quella che sembra una “guerra dimenticata”. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Proprio per questo motivo, per non dimenticare la Grande Guerra, mi sono prefissato l’obiettivo di risvegliare o far nascere l’interesse non solo per accadimenti storici ma soprattutto per le migliaia e migliaia di giovani vite che vennero così e violentemente spezzate per gli stessi ideali di patria, libertà e democrazia che l’umanità tutta insegue da sempre. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’approccio che ho seguito per analizzare in dettaglio argomenti topici o più generali, che spaziano dalla pura storiografia militare alla sfera socio-economica e politica, non vuole essere ne’ critico, nè demagogico; al contrario, lo studioso contemporaneo di oggi si permette semplicemente di dire la sua, dopo aver metabolizzato differenti punti di vista, osservazioni ed analisi del passato, riviste con la lucidità e il distacco necessari e finalmente disponibili per affrontare argomenti tanto complessi, quanto, all’epoca, gravidi di radicali sviluppi e trasformazioni della civiltà europea e mondiale.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ulteriori approfondimenti sono pubblicati anche su: www.lagrandeguerra.net</description>
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      <title>Come si legge la Storia</title>
      <link>http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2010/8/10_Come_si_legge_la_Storia.html</link>
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      <pubDate>Tue, 10 Aug 2010 12:07:57 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2010/8/10_Come_si_legge_la_Storia_files/libri.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object041_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Come ho già avuto modo di dire nell’introduzione a questo sito internet, non sono uno storico o un tecnico militare, ma semplicemente un appassionato di questo genere di letture, in continuo processo di apprendimento, ricerca e studio. Del resto, l’argomento che viene trattato in questa sede è talmente complesso, vasto e ramificato a livello sociale, politico ed economico, oltre a quello squisitamente bellico, da richiedere ben più di qualche semplice lettura per potersene professare esperti o insegnanti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Partendo allora dal punto di vista di un semplice studioso, vorrei condividere con chi mi sta leggendo il tipo di approccio a questo genere di letture, che ho sviluppato negli anni. Facciamo subito qualche considerazione generale:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1) Leggere un libro di storia non e’ chiaramente come gustarsi un romanzo sotto l’ombrellone o sfogliare pigramente una novella in treno. Bisogna armarsi di carta e penna (un classico blocco appunti di modeste dimensioni e’ la scelta giusta) e, soprattutto, dimenticarsi di leggere per raggiungere la fine del libro in poco tempo. Lo ripeto, non si sta sfogliando un romanzo e non ci si deve aspettare qualcosa da godere tutto d’un fiato, che stimoli la nostra velocità di lettura “per vedere come va a finire”. Del resto, almeno a grandi linee, sappiamo già il nome dei vincitori, quello dei vinti e l’esito finale degli argomenti trattati: l’importante allora sarà di studiare nei dettagli ciascuno di essi, per capirne a fondo le cause, gli effetti e le meccaniche, imparandone e scoprendone al contempo nuovi aspetti e dettagli.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2) E’ inutile anelare una pagina con meno testo e qualche “bella” illustrazione: non stiamo sfogliando un rotocalco o una rivista e vedere il viso di un generale o un’istantanea del campo di battaglia non può certo “alleviare” l’onere di una lettura spesso complessa e certamente impegnativa. Di contro, e’ utile far riferimento alle immagini solo dopo aver metabolizzato gran parte del volume che stiamo leggendo; solo allora avrà senso concretizzare in una vecchia foto in bianco e nero ciò che l’autore ci ha raccontato fin qui – solo allora potremmo varcare quella piccola “soglia d’accesso ad un mondo che non esiste più” con reale cognizione di causa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;3) Le cartine geografiche, se presenti in un libro, sono spesso poco più di un riempitivo o di un mero espediente per interrompere la monotonia delle pagine stampate. A causa delle dimensioni contenute di molti libri, e’ facile intuire quanto sia inutile costringere in pochi centimetri quadrati una mappa che originariamente copriva intere pareti del quartier generale di un esercito. Suggerisco invece di usare vere e proprie carte geografiche, anche se attuali e non certo d’epoca, per riuscire facilmente a identificare i luoghi e la stessa morfologia del terreno. Ad esempio, le carte Kompass, utilizzate da molti escursionisti e sufficientemente dettagliate e altamente leggibili, sono un ottimo strumento complementare alla lettura.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;4) Non si abbia paura di scrivere annotazioni o almeno di evidenziare e sottolineare le sulle stesse pagine del libro che stiamo leggendo. Pensiamo di aver tra le mani un libro di testo vero e proprio: quanti di noi, sui banchi di scuola, ne hanno riempito gli spazi a bordo pagina con infinite annotazioni?&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Una volta iniziata la lettura, la cosa che sembra spaventare più di tutte è certamente l’infinita serie di date storiche e la quantità di località spesso sconosciute, così difficili da mandare a memoria. Niente paura: ogni buon libro di storia che si rispetti ripete date, nomi e luoghi molto più spesso di quanto si pensi.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Pertanto, iniziamo pure a leggere senza aver paura di “essere interrogati” dopo un solo capitolo. Possiamo sempre tornare indietro per controllare un dato in particolare ma, credetemi, non ha senso tramutare in un mero esercizio di memoria o in una pedestre e monotona lettura, un’esperienza di rivisitazione storica che si pone ben altri fini.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dopo avere riletto per decine di volte le stesse date e gli stessi nomi, inizierete naturalmente a ricordarveli o, comunque vada, a farli propri, alleggerendo la lettura dei capitoli successivi. Un’altra annotazione va fatta al riguardo dello studio di una battaglia in particolare: qui bisogna cercare di capire esattamente cosa e’ successo, riga per riga.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E’ spesso forte la tentazione di saltare a pie’ pari un blocco di testo apparentemente noioso, ma come ho detto prima, non si tratta di scoprire subito come andò a finire in quel particolare frangente, bensì approfondirne la conoscenza; sarà certamente il caso di adoperare il famoso blocco appunti e, perchè no, abbozzare schemi e movimenti di truppe così come li elabora la nostra immaginazione durante la lettura.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Se poi, vinti dal desiderio di saltare comunque quelle pagine in particolare, ci ritroveremo presto costretti a riprenderle, pena la perdita totale del senso dell’orientamento nella lettura. E’ una specie di “sicura” o di meccanismo intrinseco di ogni libro di storia, che fa si’ che per procedere nella lettura si debba necessariamente ritornare sui propri passi, qualora non si fossero ben decantati i precedenti capitoli.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Evitiamo di cadere nella naturale tentazione di paragonare ciò che viene narrato alla realtà che stiamo vivendo. E’ assurdo e fuorviante, ad esempio, paragonare gli strumenti bellici impiegati per l’assedio ad una fortezza medievale, con le bombe atomiche di Hiroshima o Nagasaki. E’ analogamente sciocco chiedersi cosa sarebbe successo se i soldati in trincea avessero potuto impiegare bazooka o visori all’infrarosso: lasciamo pure questi esercizi di immaginazione agli sceneggiatori di Hollywood o agli scrittori di fantascienza. E’ anche difficile, ne sono perfettamente conscio, non “criticare” le divise totalmente inadatte per affrontare la guerra e anche la semplice lunga permanenza ad alta quota o nel fango delle Fiandre, ma all’epoca non c’era proprio altro, perciò, ripeto, evitiamo paragoni tanto sterili quanto completamente fuori tema.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Vorrei, in generale, esortare chiunque si avvicini ad un testo storico a considerare quest’ultimo una sorta di trampolino di lancio e un semplice strumento per l’esplorazione di un mondo o anche di un semplice microcosmo totalmente nuovo. Sullo stesso libro ci si ritornerà certamente e, anzi, non si abbia paura di riprenderlo in mano anche dopo mesi o anni. Ricordo che si sta studiando un periodo o un avvenimento storico e che non lo si deve assolutamente imparare a memoria per poi millantare le doti di novelli Pico della Mirandola!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Un libro di storia e’ una porta aperta sul passato, un viatico per esplorare e conoscere meglio tempi andati che, altrimenti, ci appartengono soltanto dal punto evolutivo sociale e politico. E’ come salire ogni volta sulla macchina del tempo: una simile esperienza va goduta fino in fondo in ogni suo aspetto. Non mi resta a questo punto che augurare a tutti una buona e proficua lettura!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri  &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;</description>
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      <title>Il perchè della Grande Guerra</title>
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      <pubDate>Thu, 5 Aug 2010 10:16:35 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2010/8/5_Il_perche_della_Grande_Guerra_files/adamello07s.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object037.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Chi si aspettava cosa dalla Grande Guerra?&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La Germania – desiderava acquisire territori in Russia, temeva la superiorità navale britannica e, soprattutto, si sentiva minacciata di isolamento dai Paesi confinanti;&lt;br/&gt;L’Austria-Ungheria – considerandosi un’alleato di minore importanza nei confronti della Germania, nonchè direttamente minacciato dal desiderio di indipendenza delle proprie, molteplici minoranze etniche e dei Paesi confinanti, l’impero guidato dal Kaiser Francesco Giuseppe cercava un rafforzamento economico e diplomatico in Europa.&lt;br/&gt;La Gran Bretagna – in seguito all’apertura del Canale di Kiev, temeva una costante e inarrestabile crescita della Marina militare e commerciale tedesca; inoltre si sentiva seriamente minacciata da una possibile, prossima invasione teutonica;&lt;br/&gt;La Francia – agognava riprendersi Alsazia e Lorena, perdute e concesse alla Germania nel 1870, e temeva una crescente egemonia europea tedesca;&lt;br/&gt;L’Italia – La Triplice Alleanza, stipulata in precedenza con Austria e Germania, le andava stretta - mirava ad acquisire territori dall’Austria, in particolare in Dalmazia e nell’Adriatico.&lt;br/&gt;La Serbia – cercava uno sbocco sul Mare Adriatico e avrebbe voluto condurre la rivolta delle popolazioni Slave nei Balcani ai danni dell’oppressione imperiale Austriaca;&lt;br/&gt;La Russia – condivideva gli interessi della Serbia al fine di spezzare il giogo imperiale che gravava sulle popolazioni Slave e temeva le mire espansionistiche paneuropee tedesche;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;I prodromi&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1914 nulla poteva evitare un conflitto mondiale. Grazie ad un eccezionale sviluppo industriale quasi tutti i paesi europei possedevano ingenti quantità di armi e flotte militari in costante accrescimento. Francia e Inghilterra cercavano un modo per interrompere l’espansionismo tedesco e la sua inarrestabile egemonia industriale e scientifica. La Francia cercava la rivincita dopo la clamorosa sconfitta bellica del 1870 e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena. L’Austria e la Russia credevano di poter risolvere le loro difficoltà attuando una politica estera fortemente aggressiva ed espansionistica.&lt;br/&gt;La crisi del 1914 può definirsi la risultanza militare di una lunga tensione politica tra le grandi potenze europee che si trascinava da almeno un decennio: una prima crisi risale al 1905, in occasione delle iniziative tedesche per arginare l’espansione francese in Marocco; nel febbraio-marzo del 1909, poi, con l’annessione della Bosnia Erzegovina da parte austriaca, si riaccende la rivalità austro-russa nei Balcani; nell’agosto del 1911, una nuova crisi marocchina porta ad un nuovo confronto diplomatico tra Francia e Germania.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1912-13, infine, abbiamo le due guerre balcaniche, misero nuovamente in pericolo la pace tra Russia e Austria. Queste tensioni mantennero in costante stato di allerta le maggiori potenze europee e di conseguenza portato ad una inarrestabile corsa agli armamenti terrestri e navali. Contemporaneamente, il vento nazionalista aveva tenuto sotto pressione l’opinione pubblica alimentando un certo odio tra i popoli, sia in virtù del desiderio di potenza della propria nazione sia sotto forma di rivendicazioni etniche, come appunto il confronto tra Serbia e Austria.&lt;br/&gt;La propaganda nazionalista, inoltre, aiutò molto i governi nel giustificare dinnanzi all’opinione pubblica le ingenti spese per il riarmo e per le spedizioni coloniali. Alla base delle tensioni internazionali vi erano comunque importanti interessi economici e territoriali per il controllo degli scambi internazionali, soprattutto alla luce delle ripetute crisi economiche avutosi tra il 1907 e il 1914.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Piani di invasione concretizzati&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Da parecchi anni i vertici militari francesi e tedeschi si stavano preparando a una guerra che consideravano inevitabile. La Francia aveva irrobustito il confine con la Germania, quest’ultima invece aveva pronto il Piano Schlieffen per un attacco fulmineo che le permettesse di raggiungere Parigi in poco tempo, così come era successo nel 1870. Appena dichiarata la guerra ed iniziata la mobilitazione il grosso delle truppe francesi venne ammassato lungo il confine tedesco.&lt;br/&gt;La mobilitazione delle forze russe si svolgeva, al contrario, molto lentamente per la scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di vie di collegamento (strade e ferrovie). La Germania allora pensò di concentrare tutte le sue forze contro la Francia, di annichilirla rapidamente e poi rivolgersi contro l’impero russo sul fronte orientale. Per poter attuare questo piano di «blitzkrieg» la Germania doveva evitare ad ogni costo le possenti fortificazioni francesi costruite sul confine: perciò si decise di invadere il Belgio, rimasto neutrale, per prendere alle spalle le truppe francesi. I tedeschi, dopo un mese di durissimi scontri, si spinsero fino a quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna vennero fermati e respinti al termine di una battaglia di inaudita violenza. Dopo l’episodio della Marna le truppe tedesche e franco-britanniche si dovettero fronteggiare lungo una linea che andava dal canale della Manica fino alla Svizzera. La guerra di movimento si trasformò dunque in guerra di posizione. I soldati furono costretti a vivere dentro chilometri e chilometri di anguste trincee, nella sporcizia e sotto le intemperie, su un fronte praticamente immobile.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A questo punto la non prevista guerra di posizione fece svanire l’illusione della guerra lampo. Questo accadde perché rintanandosi nelle trincee e attendendo l’assalto del nemico il difensore si ritrovò quasi sempre avvantaggiato sull’attaccante. Gli assalti, infatti, venivano impostati e concretizzati dai soli fanti armati di fucile e baionetta, che si scagliavano contro postazione avversarie ben guarnite, defilate, protette e quasi sempre dotate di letali mitragliatrici.&lt;br/&gt;Gli stati europei si buttarono nell’avventura bellica sottovalutandone tragicamente i costi economici ed umani. Affrontarono con estrema leggerezza un conflitto di tali proporzioni poiché erano certi di una guerra breve, analoga a quelle dell’800. Anzi, erano fermamente convinti che la potenza delle nuove armi a loro disposizione avrebbe ulteriormente accelerato l’esito del conflitto. Altro errore di prospettiva fu quello di credere che la supremazia in Europa avrebbe offerto anche il dominio sul mondo intero, ma questo calcolo non tenne mai in considerazione la nascita di due nuove superpotenze: gli USA e il Giappone, che uscirono fortemente rafforzate dalla Prima Guerra Mondiale, mentre l’Europa ne risultò gravemente indebolita, sia per le perdite umane che per i costi economici.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La strategia italiana&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Le quattro principali cause dell’azzardata entrata in guerra del nostro Paese, al fianco delle forze dell’Intesa, possono essere identificate in: a) bisogno di grandezza, b) rischio di una crisi politica, c) errate valutazioni sull’importanza dell’impegno bellico, d) avidità di «facile espansione territoriale». &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il nostro Paese infatti, non voleva entrare in guerra a fianco degli Austriaci che occupavano ancora i territori di Trento e Trieste. In Italia predominava il partito dei neutralisti, ma la minoranza interventista era assolutamente dell’avviso di cambiare alleanza e di schierarsi contro l’Austria. La stampa interventista, dal «Corriere della sera» all’«Idea nazionale», si adoperava senza tregua per convincere tutti che, restando neutrale, il nostro Paese non sarebbe mai diventato una “grande potenza”. L’interventismo proponeva l’annessione delle terre cosiddette «irredente», considerate italiane, ancora in mano straniera, quali il Trentino, la Venezia Tridentina, la Venezia Giulia, Istria, Fiume, Dalmazia, Nizza, Canton Ticino, Corsica e Malta. I territori considerati irredenti erano definiti tali in modo arbitrario: a volte si considerava il criterio etnico, ossia la presenza di italofoni, altre volte quello geografico, appartenenza ai confini naturali, altre ancora a quello storico, appartenenza del territorio, in passato, ad uno degli antichi stati italiani. I cattolici e buona parte dei socialisti si professavano dichiaratamente pacifisti e neutralisti. Giolitti, che da poco aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato ufficialmente per cercare di garantire la neutralità italiana. Il famoso statista era convinto che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria («parecchio», come lui stesso lo definì) potesse essere ottenuto con la diplomazia e non con la violenza. Di contro, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino e altri con lui, intendevano approfittare della guerra proprio per «spazzare via il parlamentarismo giolittiano». Quest’ultimo era considerato una pratica di governo troppo trasformista, dedita a frequenti compromessi con il partito socialista dell’epoca e a una diretta manipolazione elettorale, che affidava i risultati delle urne alle intimidazioni dei prefetti e dei potentati locali. Una specie di prova generale di dittatura segreta. Giolitti, da parte sua, avrebbe di certo voluto sbarazzarsi dei membri di quel Governo interventista a lui tanto indigesto. Se, con i deputati a lui fedeli, Giolitti avesse continuato a opporsi all’intervento, l’Italia sarebbe andata incontro a una crisi istituzionale di proporzioni enormi e lui stesso ne sarebbe stato travolto. Appiattendosi sulle posizioni dei socialisti neutralisti e del Vaticano non avrebbe più avuto davanti a sé una qualsiasi prospettiva di rinnovamento costituzionale e liberale.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Luigi Cadorna, capo del nostro tremebondo ed antiquato esercito, riteneva le armi a sua disposizione sufficienti a capovolgere il rapporto di forza tra le parti belligeranti – nel dicembre 1914 egli osservava che: «La bilancia è oggi oscillante e piuttosto a sfavore degli Imperi centrali. Se un altro esercito viene gettato sul piatto avverso, dovrebbe traboccare». Infine, anche dall’estero non mancavano pressioni e il comportamento italiano non brillò certamente nell’ambito delle stesse rivendicazioni territoriali, avanzate prima con Austria e Germania, promettendo in cambio un rientro nella Triplice Alleanza, poi nei confronti dell’Intesa, quando il nostro governo non riuscì ad accontentarsi delle terre e addirittura delle ricompense economiche promesse dall’Austria stessa, in cambio della nostra neutralità! Dopo un lungo e tortuoso mercanteggiare, a Londra, nell’aprile del 1915, il governo italiano firmò un patto segreto con cui si impegnava a schierarsi in guerra al fianco di Francia e Inghilterra. Anche se il re si dichiarava a favore della guerra, il Parlamento, ancora contrario, fu in pratica costretto ad approvare il suddetto patto. Il 24 maggio 1915 anche l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa. Degno di particolare menzione è il fatto che, al contrario di quanto recita il più famoso inno patriottico di quei tempi (peraltro scritto sul finire della guerra)  «La Canzone del Piave», nel maggio 1915 l’Italia non subì alcuna invasione da parte degli Austro-Ungarici, ma di contro cercò fin dall’inizio delle ostilità di varcare i suoi confini, nella spasmodica corsa verso Trento e Trieste.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri  &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010 - tratto da &lt;a href=&quot;../La_Grande_Guerra_1914-1918.html&quot;&gt;“La Grande Guerra 1914-1918, Percorso di studio a schede”&lt;/a&gt; di Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;</description>
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      <title>Le nuove tattiche militari della Grande Guerra</title>
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      <pubDate>Sat, 5 Jun 2010 10:38:26 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2010/6/5_La_nascita_di_nuove_tattiche_militari_durante_la_Grande_Guerra_files/cecchinoinglese.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object046_2.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Quasi sempre la risposta data ai molteplici insuccessi strategici del 1914-1918 addossa ogni colpa ai generali, in quanto, anche come confermato da molti storici contemporanei, all’epoca gli eserciti si reputavano composti da «leoni comandati da asini». Tuttavia, prima di pervenire a un giudizio circa l’effettiva competenza degli alti comandi nel periodo bellico 1914-1918, ci sono molti aspetti da prendere in considerazione. Era stato sostenuto che la guerra si basava su cicli tecnologici. Nel 1914 la tattica difensiva ebbe un temporaneo predominio su quella offensiva; una situazione che si sarebbe invertita tra il 1939 e il 1941. Ciò fu determinato soprattutto dagli sviluppi degli armamenti. II punto di vista anglo-americano della guerra e alterato da un inesatto ricordo del 1° luglio 1916, il primo giorno sulla Somme, quando la 4a armata britannica subì 60.000 perdite in cambio di una piccola conquista. Per questo, si poteva ritenere che le mitragliatrici e l’artiglieria erano da sole la causa tecnologica della situazione senza via di uscita. La verità e abbastanza diversa. Durante la guerra le forze in campo non avevano grossi problemi nell’assalire le posizioni nemiche, usando l’artiglieria e la fanteria. Perfino durante il famoso e atipico 1° luglio 1916, le divisioni inglesi e le vicine formazioni francesi riuscirono a raggiungere tutti i loro obiettivi. La difficoltà non era nell’irrompere nelle trincee nemiche, ma nel proseguire l’azione. Parlando in generale, era più facile per un difensore guidare le truppe di riserva per tamponare la breccia nel fronte che per un attaccante far avanzare le proprie riserve per sostenere le truppe d’assalto, il cui slancio di solito aveva perso impeto, e che spesso avevano subito pesanti perdite.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A dispetto dell’immagine pubblica dei comandanti della prima guerra mondiale, visti come «asini» dotati di scarsa fantasia, tra il 1914 e il 1918 si verificò una concreta rivoluzione della tattica militare. La guerra del 1914 fu di tipo napoleonico, ma quella del 1917-18 ebbe molti elementi in comune con la Blitzkrieg del 1940. Le tattiche di infiltrazione, la guerra chimica, gli attacchi aerei, le azioni combinate di reparti di fanteria e mezzi corazzati, gli sbarramenti d’artiglieria accuratamente preparati: tutto ciò era ormai entrato a far parte della mentalità strategica del 1918. Caso strano, mentre vengono ricordate le nuove armi (come i gas e i carri armati), questo non avviene per le innovazioni tattiche. In altre parole, tutti gli eserciti avevano impiegato tattiche lineari di fanteria nel 1914, ma già nel maggio 1915 un ufficiale francese, il capitano André Laffargue, stava iniziando a pensare all’addestramento di reparti d’assalto, che dovevano aprirsi la strada lanciandosi avanti in piccoli gruppi. Furono i tedeschi a sviluppare questo metodo, per cui le truppe scelte, bene armate, dovevano penetrare nelle posizioni nemiche, oltrepassando gli ostacoli e continuando ad avanzare nelle retrovie per causare il maggior danno possibile, lasciando alla seconda ondata il compito di annientare le sacche di resistenza. Questa tecnica fu adottata a Cambrai e Caporetto nel 1917, e il suo impiego contro gli inglesi sulla Somme nel marzo 1918 spezzò l’equilibrio, conducendo alla ripresa della guerra in campo aperto.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Indipendentemente dai tedeschi, sia i francesi sia gli inglesi avevano abbandonato l’avanzata frontale e adottato tattiche più flessibili basate sull’impiego di piccoli reparti. In modo analogo, le rigide tattiche difensive basate su tre linee di trincee furono sostituite dalla difesa in profondità, in gran parte conseguenza dell’esperienza tedesca sulla Somme nel 1916. Le truppe avanzanti dovevano fronteggiare in primo luogo una serie di avamposti e poi una zona di combattimento composta di capisaldi piazzati in modo da assicurarsi appoggio reciproco, che avrebbero separato le truppe d’assalto, permettendo di fermarle con maggior facilità. Anche le tattiche dell’artiglieria subirono un profondo cambiamento. I semplici tentativi di distruggere le posizioni nemiche con il solo peso dei proiettili furono in parte sostituiti da tiri di sbarramento in grado di spostarsi con l’avanzare delle proprie truppe (quello che gli inglesi chiamavano «Creeping Barrage»).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’embargo&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’embargo che Inghilterra e Francia imposero alla Germania Guglielmina sin dall’inizio della Grande Guerra, può essere considerato come lo strumento di offesa probabilmente più efficace per far sì che l’esercito del Kaiser venisse inesorabilmente costretto alla capitolazione. In seguito a tale strategia d’assedio operata dall’Intesa, la Germania dovette amministrare con infinita parsimonia le proprie risorse interne, nonché cercare comunque di rifornire lo sforzo bellico dei suoi alleati, analogamente stretti nella morsa dell’embargo. Quando iniziarono a tuonare quei tragici «cannoni d’agosto», nel 1914, le rotte commerciali tedesche furono immediatamente bloccate dallo sforzo congiunto dei due principali Paesi dell’Intesa. Un proclama reale britannico sancì il diritto incontrastato di impedire alla Germania qualsiasi scambio, commercio o contrabbando di ogni genere di merce, inclusi armi, proiettili, esplosivi equipaggiamenti bellici. L’iniziale inarrestabile avanzata degli ultimi mesi del 1914 testimoniò perfettamente la supremazia incontrastata della macchina da guerra tedesca – tuttavia le mancava un importantissimo ingranaggio: il controllo e il dominio assoluto dei mari e delle relative rotte commerciali. Su tale lacuna si sviluppò immediatamente l’embargo dell’Intesa, anche se inizialmente la Germania riuscì in parte a mantenere rapporti commerciali con il resto del mondo (soprattutto grazie all’astuto permissivismo britannico, desideroso di far indebitare il nemico oltremodo, gettando le basi per una inevitabile crisi economica e finanziaria interna).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si calcola che circa il 70% delle risorse tedesche fosse, fino ad allora, di importazione, contro un modesto 50% nelle esportazioni. Nonostante i modesti risultati ottenuti nei primi mesi di embargo, la Germania e i suoi alleati dovettero presto costituire un nuovo tipo di economia centralizzata, di tipo autarchico, per ottimizzare la gestione delle risorse comuni. Molto presto la Germania si rese conto di non avere altra scelta se non quella di contrastare militarmente le soffocanti restrizioni economiche imposte dall’Intesa. Il Kaiser decise di ascoltare i consigli del suo ammiraglio von Tirpitz e di lanciare la propria flotta di sottomarini contro le sentinelle dei mari dell’Intesa. Il 4 febbraio venne dichiarato, per la prima volta nella storia, questo nuovo tipo di guerra navale. Gli inglesi non si fecero tuttavia intimorire e rafforzarono controlli e blocchi navali. Appare sicuramente ironico che con l’impiego dei temuti Untersee-Boat (U-Boat) i tedeschi provocassero direttamente una recrudescenza dello stesso embargo che li avrebbe poi costretti ad una bruciante sconfitta. Con il procedere della guerra la Germania decise comunque di investire ulteriormente nello sviluppo dell’arma sottomarina e ben presto si raggiunsero affondamenti pari a mezzo milione di tonnellate al mese, che fecero rischiare una pericoloso effetto “boomerang” dell’embargo ai danni della stessa Inghilterra.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Va da sé che la drastica riduzione di generi di conforto e soprattutto di alimenti e di materie prime, correlata strettamente ad costante degrado del livello di salute media, esacerbò i già crescenti malumori, prodromi di scioperi e manifestazioni sempre più violente. Il morale del fronte interno, così come quello dei soldati in prima linea iniziò a denunciare lo stesso comune denominatore della disperazione. La voglia di combattere e, in generale, di resistere oltremodo alle infinite e durissime prove di una lunga e devastante guerra, stava decisamente esaurendosi. Sul finire del 1918 i soldati tedeschi, ormai stremati e privi di cibo, armi e munizioni, arrivarono al punto di augurarsi un attacco di carri armati nemici perchè, come disse lo stesso Capo di Stato Maggiore Enrich von Ludendorff: «dentro ad ogni carro si può sicuramente trovare del cibo». La guerra non finì a colpi di cannone: il popolo tedesco e il suo esercito, entrambi stremati e disperati, abbracciarono di buon grado qualsiasi forma di armistizio che ponesse fine ai loro disagi. Si credette allora di poter rimuovere l’embargo, una volta firmate le pesantissime condizioni imposte dagli Alleati per la resa incondizionata tedesca – in realtà il blocco commerciale di cui si sta trattando non venne sollevato fino al 1930, rendendo ancor più amara la sconfitta alla Germania (così come il crescente desiderio di rivalsa e di vendetta).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Le truppe d’assalto&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Partendo dall’esempio delle «Sturmtruppen» create dai tedeschi (una specie di «super fanteria» particolarmente veloce, agile e munita esclusivamente di strumenti di attacco e di offesa, senza l’impaccio di zaini, pale, picconi e quant’altro sarebbe servito a chi, dopo di loro, si sarebbe dovuto insediare nelle postazioni conquistate), i comandi italiani fin dal 1915 considerarono la creazione di unità d’assalto o di cosiddetti «esploratori». Il Colonnello Giuseppe Bassi fece dunque realizzare una specifica scuola d’addestramento a Sdricca di Manzano, Udine, dove si inventò un particolare addestramento per i suoi «arditi» fanti.  Il primo impiego ufficiale degli Arditi risale alla battaglia della Bainsizza, il 18 e 19 di agosto. L’esito vittorioso catalizzò la nascita di ulteriori reparti, sempre nella 2a armata, e la direttiva ufficiale di costituire gruppi di Arditi in tutte le altre armate. Come accadde per ogni nuova arma o strategia, anche l’impiego di questa «super fanteria»  non fu sempre indovinato. Spesso i reparti degli Arditi vennero impiegati come unità di fanteria in difensiva pur non avendone reali capacità. In seguito al disastro di Caporetto, il nuovo Comando Supremo italiano dettò anche negli Arditi un riordino generale. Si cercò infatti di organizzare meglio le unità, ciascuna con organici, armamento, tecniche di impiego ed uniformi proprie; i reparti vennero quindi rinumerati e riassegnati ai vari Corpi d’Armata. Successivamente assunsero la numerazione del Corpo d’Armata di dipendenza e vennero ordinati in tre compagnie con tre sezioni mitragliatrici, sei sezioni pistole mitragliatrici ed altrettante munite di lanciafiamme. L’armamento individuale, inizialmente composto solo dal pugnale e dalla granata Thevenet, si arricchì del moschetto 91 TS, versione accorciata del fucile modello 91. L’uniforme rimase la stessa ma, per carenza di materiali, venne introdotta la camicia grigioverde di flanella con cravatta e fez neri. Apparve anche uno zainetto d’ordinanza, un semplice tascapane cioè, che potesse contenere un minimo di cosiddetto sostegno logistico. Tornati in azione, dal 10 giugno del 1918  ben nove reparti di Arditi vennero destinati alla costituzione della 1a  Divisione d’Assalto, seguita quindici giorni dopo dalla 2a Divisione d’Assalto con la quale venne creato un Corpo d’Armata d’Assalto. Verso la fine della guerra le Divisioni d’Assalto vennero anche usate come veri e propri «arieti» per la liberazione di Vittorio Veneto. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel più puro spirito anarchico possibile in guerra, gli Arditi vennero spesso incaricati di azioni audaci, prive di una reale utilità militare, ma altisonanti dal punto di vista della propaganda. Da queste formazioni di «nuovi combattenti» si crearono anche squadre per operare nelle retrovie nemiche, raccogliendo informazioni e scompaginando i rifornimenti – quello che oggi potremmo facilmente identificare con Sabotatori e Guastatori. Gli inglesi ci insegnarono anche a paracadutarci oltre le linee nemiche, per veri e propri scopi di spionaggio; gli Arditi allora si lanciavano con denaro italiano e austriaco d’occupazione e una gabbietta di piccioni per i messaggi. Dietro le linee nemiche cercavano anche di sabotare ponti e ferrovie o addirittura di modificare le segnaletiche stradali, per causare il caos i trasporti nemici! A Gabriele D’annunzio, esteta primo del più puro spirito ardito, dobbiamo anche il più famoso motto di queste truppe speciali: il «Me ne frego» di cui in seguito, per scopi propagandistici, si stravolse e si mercificò l’impiego.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri  &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010 - tratto da &lt;a href=&quot;../La_Grande_Guerra_1914-1918.html&quot;&gt;“La Grande Guerra 1914-1918, Percorso di studio a schede”&lt;/a&gt; di Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;</description>
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      <title>La Grande Guerra e il bioterrorismo</title>
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      <pubDate>Tue, 12 Jan 2010 11:31:23 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2010/1/12_La_Grande_Guerra_e_il_bioterrorismo_files/antrace.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object024_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;L’era moderna ci vede purtroppo consci degli orrori di una guerra vera e propria e delle devastanti implicazioni di molte tattiche terroristiche che, ultimamente, prevedono anche l’uso indiscriminato di armi di distruzione di massa. All’inizio del terzo millennio, l’intera popolazione mondiale ha ricevuto il tragico imprinting dell’11 settembre, assistendo a inaudite recrudescenze del terrorismo internazionale; non e’ tuttavia noto ai più che alla varietà di armi di distruzione di massa non appartengono solo le testate nucleari o gli aggressivi chimici in forma gassosa. Tralasciando infatti le sostanze create in laboratorio, la natura stessa offre una vastissima gamma di tossine, virus e batteri che, spesso con modestissime manipolazioni, possono esser trasformate in pericolosi e subdoli strumenti di offesa. Prendiamo l’antrace o il botulino, ad esempio, già presenti sul nostro pianeta da secoli e recentemente “riscoperti” quali strumenti di terrore e distruzione di massa. Anche la peste, il vaiolo, la tularemia e la febbre emorragica rappresentano le principali minacce, per la facilità di diffusione e trasmissione, l'alta morbilità e mortalità.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La cattiva notizia, come se non bastasse l'eventualità di un attacco bioterroristico, è che le strutture sanitarie mondiali prevedono necessariamente un alto numero di vittime, prima di poter far fronte e debellare qualsiasi minaccia di questo tipo. Secondo una ricerca della John Hopkins University School of Medicine di Baltimora (1), la maggior parte dei medici non ha la capacità di effettuare una corretta diagnosi e prescrivere un trattamento adeguato per le patologie causate dagli agenti biologici. L'indagine ha rivelato che solo il 16,3% dei professionisti intervistati era in grado di riconoscere un caso di peste, circa il 50% identificava il vaiolo e il botulino e il 70,5% l'antrace.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In particolare, sebbene il 49,6% dei medici coinvolti distinguesse il botulismo da altre patologie con quadro clinico simile, il 42,6% confondeva i sintomi della varicella con quelli del vaiolo. Anche per quanto riguarda il trattamento della patologie, con la sola eccezione del botulismo (il 60,2% sapeva come affrontarlo) la percentuale di coloro che hanno dimostrato di saper gestire il vaiolo, l'antrace e la peste era molto bassa. In particolare, benché il 76,5% riconoscesse l'importanza di un trattamento profilattico, in caso di contatto con il virus del vaiolo, più del 60% prescriveva una terapia preventiva non indicata. L'addestramento approfondito dei medici risulta quindi di primaria importanza nella previsione di un attacco bioterroristico: infatti la diagnosi precoce di patologie causate da armi batteriologiche è fondamentale per limitare la morbilità e la mortalità e per limitare il contagio. Purtroppo ottenere le sequenze di DNA di alcune malattie mortali tramite Internet è semplicissimo, così come ha rivelato di recente anche il quotidiano britannico “The Guardian”(2).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Virus letali come quello del vaiolo, e della stessa “influenza spagnola” che devasto’ l’Europa del 1918, sono pertanto a disposizione di tutti, senza alcun tipo di controllo. Persino il cinema e la letteratura dei nostri giorni abbondano di analoghe ipotesi di “guerra biologica”, confermando ulteriormente la precarietà dello “stato di grazia” in cui la pace nel mondo riesce, stentatamente, a prevalere sulla violenza di massa. Parlare quindi di “bioterrorismo” non ci risulta così lontano dalla realtà quotidiana, al contrario di quanto astruso ed alieno appaia, se cerchiamo di sposare tale concetto all’epoca della Grande Guerra. Tuttavia, e’ vero che i tedeschi per primi, nell’era moderna, sperimentarono gli effetti devastanti di molti aggressivi chimici sugli esseri umani.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L'IMPIEGO DEI GAS&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Quasi tutti i manuali di storia fanno tradizionalmente incominciare la &amp;quot;guerra chimica&amp;quot; nel 1915 con la battaglia di Ypres, località belga dove i tedeschi hanno utilizzato per la prima volta il di-2-cloroetil-solfuro sprigionato da grosse bombole; la spessa nube color giallo-verdastro ha causò circa 5.000 morti fra le truppe delle fazioni opposte. Il tipo di gas impiegato, è una sostanza vescicante che acceca e provoca la morte nel giro di pochissimo tempo ed era stato scoperto già nel 1860 dall'inglese Guthrie, ma solo con gli studi di Fritz Haber, il settore chimico militare tedesco riuscì a sfruttarne le potenzialità distruttive. Lo stesso Haber, nel 1918, ottenne il premio Nobel per la sintesi dell'ammoniaca!&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1917, sempre i tedeschi sperimentano anche il fosgene sul campo di battaglia a Verdun; anche in questo caso la scoperta risaliva al 1812, opera del chimico inglese John Davy. Va ricordato che le vicende di Ypres sono passate alla storia perché per la prima volta l'uso dei gas ottenne risultati di tale portata, ma queste sostanze aggressive venivano utilizzate da molti eserciti ancora prima di quell'evento. In realtà molti degli effetti distruttivi dei gas dipendono in gran parte dalle condizioni meteorologiche contingenti che sono difficili da prevedere con precisione – pertanto, la Germania Imperiale del secolo scorso, proprio in occasione della Grande Guerra studio’ altri sistemi di aggressione chimica, molto più affidabili, quanto subdoli e virtualmente impossibili da identificare.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;LE ARMI BATTERIOLOGICHE DEL KAISER&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La guerra biologica viene definita come uso deliberato e intenzionale di agenti biologici o di loro portatori o forniti per danneggiare il nemico. Sono pertanto agenti biologici le cause patogene di natura biologica come, microrganismi, virus, tossine, veleni animali e vegetali. L’uso di questi strumenti di offesa risale addirittura all’alba della civiltà – basti pensare alle frecce avvelenate, universalmente impiegate dai popoli primitivi. Gli Assiri avvelenavano i pozzi dei nemici con la segale cornuta, i soldati di Annibale catapultavano sulle navi nemiche vasi di terracotta pieni di serpenti velenosi, mentre i Tartari del 1346 gettavano i cadaveri dei loro morti di peste dentro alle mura delle città che assediavano. Nella Campagna d’Italia del 1797, anche Napoleone provo’ a forzare la resa di Mantova infettandone gli abitanti con la leptospirosi. Più si scava nella storia, più concreta diventa la realtà delle varie tipologie di offese biologiche sperimentate nel corso dei secoli.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Numerose evidenze dimostrano che anche gli scienziati del Kaiser Guglielmo II abbiano sviluppato un ambizioso programma di guerra batteriologica, sin dal 1914. La storia ufficiale non ne fa menzione, ma e’ sicuramente legittimo supporre che la nazione che diede alla luce gran parte delle moderne scienze microbiologiche, abbia almeno studiato tale possibilità di offesa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1915 il Dottor Anton Dilger(3), oriundo tedesco, fu accusato di aver coltivato in casa sua, a Washington D.C., il bacillo dell’Antrace (Bacillus Anthracis) e del Cimurro (Pseudomonas Mallei) forniti dallo stesso governo del suo Paese. I bacilli sarebbero poi stati consegnati ad alcuni portuali di Baltimora, per inocularli a 3000 capi di bestiame (soprattutto cavalli, muli e bovini) destinati al fronte europeo (gli U.S.A., anche prima di entrare in guerra, rifornivano ufficiosamente e lucrativamente le forze dell’Intesa). Pare che anche qualche centinaio di soldati, esposti al contagio, caddero vittima di questa letale arma biologica.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Contemporaneamente, al quartier generale di Berlino, il Capitano Rudolf Nadolny, per il quale lavorava Dilger, spedì colture di Antrace all’ambasciata tedesca di Bucarest – da qui, gli agenti segreti bulgari avrebbero dovuto spargere il contagio ai danni delle mandrie di bestiame vendute dalla Romania alla Russia. Gli esperimenti di guerra biologica tedesca subirono una battuta d’arresto nel 1916, quando la Romania pose fine alla propria neutralità, schierandosi con l’Intesa, e Dilger tornò a vivere in Germania. Dopo poco quest’ultimo decise nuovamente di insediarsi negli U.S.A. ma, fortemente sospettato per le sue illecite attività, fuggì in Spagna; qui, per ironia della sorte, morì dopo la fine della guerra, vittima della pandemia di Influenza “Spagnola” del 1918.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dilger lasciò in eredità al suo governo i suoi complessi ed approfonditi studi sulle armi biologiche, nonchè molte raffinate tecniche di inoculazione sugli animali – sul finire della guerra Antrace e Cimurro venivano addirittura nascosti in microfiale dentro alle zollette di zucchero per i quadrupedi.(4) Quest’ultima tecnica, studiata sempre nel 1916 da Dilger, fu impiegata per raggiungere le mandrie di bestiame spagnole e argentine, sempre sfruttando la neutralità di queste nazioni. In particolare, sono registrati casi di infezione di Antrace ai danni di molti cavalli venduti all’esercito francese dalla Spagna e dal Portogallo, nonchè dall’Argentina, analogamente estranea al Primo Confitto Mondiale. Pare infatti che un agente segreto tedesco, Herman Wuppermann, abbia viaggiato su un sottomarino “U-Boat” dalla Croazia fino all’America del Sud, proprio per riuscire ad infettare gli animali Argentini destinati ai contingenti militari degli Alleati.(5) Infine, i tedeschi provarono anche a diffondere il colera in Italia, la peste a San Pietroburgo e lanciarono bombe biologiche sulla Gran Bretagna. Anche se non esistono prove di alcun genere, viene spontaneo chiedersi se lo stesso virus di influenza “Spagnola”, che decimo’ la popolazione europea sopravvissuta alla Grande Guerra nel 1918, non fu in realtà lo zenith raggiunto all’epoca delle letali manipolazioni microbiologiche delle Potenze Centrali. Ad ogni modo, la guerra biologica tedesca rimase sempre avvolta dal mistero e, quel che è peggio, non venne mai ufficialmente riconosciuta – forse a causa del limitato impatto bellico e dell’estrema difficoltà di allora nell’identificare concretamente un simile tipo di offesa biologica. Lo stesso Protocollo di Ginevra, che nel 1925 vieto’ l’impiego dei gas in guerra, si “dimentico’” di bandire lo studio e la produzione di armi biologiche, in quanto ancora sconosciute o comunque non meglio identificabili.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1924 l’insospettabile “Commissione mista temporanea” creata dalla “Lega delle Nazioni”, viene incaricata di vagliare criticamente le colpe della Germania a riguardo dell’uso di “armi non convenzionali”. Il Reich di Guglielmo II viene allora riconosciuto colpevole di aver scatenato la guerra chimica, ma le prove a suffragio risultano insufficienti quando si parla di agenti biologici. Questa assoluzione sembrerebbe assolvere completamente gli scienziati tedeschi: sta di fatto che, anche se l’avvelenamento di acque superficiali e l’uso di armi avvelenate era formalmente proibito dalla Convenzione dell’Aja del 1898, sino al termine del Primo Conflitto Mondiale nessun trattato regolava altre forme di guerra batteriologica.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L'EREDITA' DELLA GRANDE GUERRA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La Prima Guerra Mondiale fu anche chiamata &amp;quot;la guerra dei chimici&amp;quot;, proprio per il suo altissimo potenziale scientifico e biotecnologico, per la prima volta studiato e trasformato intenzionalmente in arma di distruzione di massa. Il bioterrorismo ha comunque offerto una nuova dimensione alla ricerca scientifica. Le comunità di ricerca si sono attualmente auto-censurate e hanno accettato di non pubblicare informazioni ritenute pericolose.Si sono censurate proprio come nel 1939, quando fu scoperto il principio alla base della bomba atomica. Intanto gli Stati Uniti hanno stanziato ingenti fondi per attirare ricercatori e scienziati da tutto il mondo. Proprio come nel 1942, quando iniziò il Progetto Manhattan, quello della bomba atomica. Più scienziati lavorano per il governo statunitense, meno dovrebbero esser reclutati dalle organizzazioni terroristiche nel mondo. E così sulla paura del bioterrorismo, i programmi di difesa hanno moltiplicato esponenzialmente i budget per la ricerca. Se certamente aumenta il controllo e la responsabilità sulla ricerca scientifica in questo campo, si incrementa pari modo la conoscenza di nuove e terribili minacce per il genere umano.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt; &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Note: &lt;br/&gt;1 - Cosgrove SE, Perl TM, Song X, Sisson SD: “Ability of physicians to diagnose and manage illness due to category bioterrorism agents”. Arch Intern Med. 2005 Sep 26;165(17):2002-6. &lt;br/&gt;2 - James Randerson, The Guardian, 14-06-2006 : “Revealed: the lax laws that could allow assembly of deadly virus DNA” - &lt;br/&gt;3 - Erhard Geißler: Biologische Waffen - nicht in Hitlers Arsenalen. Biologische und Toxin-Kampfmittel in Deutschland von 1915 bis 1945. Lit-Verlag, Münster, 1999 &lt;br/&gt;4 - Robert Koenig: “Fourth Horseman: The Tragedy of Anton Dilger And the Birth of Biological Terrorism”, PublicAffairs, 2007 &lt;br/&gt;5 - Wheelis, M.: “In Biological Warfare from the Middle Ages to 1945 – Oxford University Press, New York)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Luigi Cadorna: l’uomo di un sogno</title>
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      <pubDate>Thu, 6 Aug 2009 11:30:08 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2009/8/6_Luigi_Cadorna__luomo_di_un_sogno_files/images.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object021_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:171px; height:155px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Quando il Generale Luigi Cadorna fu messo alla guida dell’esercito italiano nel luglio 1914, in seguito alla scomparsa del Generale Alberto Pollio, lo stesso, intero strumento offensivo bellico del nostro Paese non era certo in grado di affrontare alcun tipo di conflitto, specie se lungo e oneroso in termini di risorse tecniche, logistiche e umane. A Cadorna va quindi subito riconosciuto il merito di essersi proverbialmente rimboccato le maniche e di aver creato e plasmato dal nulla la macchina da guerra dello “stellone d’Italia”, con la quale ci saremmo presentati al tragico appuntamento del 24 maggio 1915.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma Cadorna, come sappiamo, non si limito’ certo a modernizzare il macrocosmo militare italiano. Se e’ vero che al Regno Unito e alla Francia ci volle tutto il 1914 ed il 1915 per iniziare semplicemente a capire che di tutto un altro genere di conflitto si trattava, rispetto al precedente standard dettato dalle campagne napoleoniche, Cadorna imbraccio’ le armi con un netto vantaggio. Purtroppo questo vantaggio non fu assolutamente tradotto in una reale marcia in piu’ dal nuovo Capo di Stato Maggiore italiano: egli si dimostro’ totalmente cieco davanti ai due anni di sconvolgimenti strategici ai quali la fine della guerra di movimento costrinse tutti i belligeranti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Seguendo l’eredita’ strategica di Napoleone Bonaparte, Cadorna si getto’ nella mischia, oltrepassando il confine dell’Impero Austro-Ungarico sull’Isonzo, indicato appunto, quasi un secolo prima, come unico teatro di guerra in grado di offrire una concreta e veloce risoluzione del conflitto a favore dell’Italia. Ma Napoleone aveva posto come condizione a questa “facile” vittoria, la certezza di non temere alcun tipo di attacco dalla fronte Trentina, pertanto di assicurarsi che questa linea di confine fosse protetta ed oltremodo invalicabile dal nemico. I fatti gli diedero pienamente ragione, proprio perchè Cadorna, dimentico di questa importante condizione “sine qua non” e impegnato a dar “spallate” sull’Isonzo, si vide piombare in casa gli Austriaci, durante la “Spedizione Punitiva” del maggio-giugno 1916. Questa inattesa, ma preannunciata offensiva (Il Servizio Informazioni di Cadorna aveva ripetutamente cercato di metterlo in guardia), ci costrinse ad arroccare sulla difensiva tutta la Prima Armata del Generale Brusati, costringendo il nostro Stato Maggiore ad una grave battuta d’arresto. A onore del vero Cadorna, sin dal marzo precedente, aveva cercato di accorciare il fronte trentino, telegrafando a Brusati di ripiegare e difendersi posizioni principali di resistenza, tuttavia non meglio precisate.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Fu proprio questo un importante prodromo del grande errore strategico e soprattutto di mancata supervisione dei sottoposti, che Cadorna commise, in tutta la sua gravita’, nell’ottobre dell’anno successivo. Lasciato infatti senza controllo diretto e, principalmente, senza direttive ben precise, Brusati contravvenne agli ordini e stabilizzò la propria linea del fronte, promuovendo a linea di principale difesa i capisaldi di Coni Zugna, Col Santo, Monte Maggio, Spitz Tonezza e il forte di Vezzena. Proprio come poi si comporto’, un anno dopo, il Generale Capello, egli era infatti convinto che il miglior modo di spezzare un'offensiva era attaccare a propria volta, e non volle prendere in considerazione l'idea di arretrare neanche quando il 26 aprile 1916, grazie alle rivelazioni di alcuni disertori, apparvero chiarissimi il piano nemico e tutti i relativi obiettivi. Cadorna perse dunque mesi di offensiva sull’Isonzo, impegnato com’era ad arginare l’avanzata austriaca in Trentino e a costringere questa fronte su linee difensive posticce e ancor più deboli e pericolose di quelle di anno prima. Benché il disastro di una vera invasione austriaca fosse stato quasi miracolosamente evitato, la “Strafexpedition” provocò anche crisi politica. A livello popolare, aveva desto’ certamente grande scalpore la morte o la cattura di alcuni tra i più conosciuti irredentisti, quali Fabio Filzi, Damiano Chiesa, Cesare Battisti, Nazario Sauro ed Enrico Toti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A livello istituzionale, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Salandra, fu sul punto di sollevare Cadorna dal comando, ma il 10 giugno 1916 perse l'incarico a seguito di un voto di sfiducia. Prese il suo posto Paolo Boselli, decano della Camera, ma caratterialmente debole e pertanto incapace di contrastare la vulcanica personalità del Capo di Stato Maggiore. In seguito alle trasformazioni e alle frammentazioni parlamentari operate, ciò che riuscì a fare il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri potrebbe esser riassunto con le stesse parole di Napoleone III, quando sciolse un gabinetto nazionale per formarne un altro: “Avevo creduto di giungere ad una fusione di gradazioni, sono giunto ad una neutralizzazione di forze”. Cadorna si ritrovo’, ancora una volta, solo e incontrastato al comando della Nazione intera. Ma come disse Bissolati, Cadorna era “l’uomo di un sogno”, colui che aveva condotto il governo ed il Paese in una rischiosissima guerra, dipingendola con le tinte accattivanti di una facile ed immediata vittoria, che solo la sua fervida immaginazione aveva potuto concepire.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Oggi appare chiaro che La “Spedizione Punitiva” del 1916 fece crollare tutti quei sogni di gloria del condottiero italiano e, cosa ancor più grave, mise in evidenza molte gravi deficienze del Comando Italiano, tra cui:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1) L’incapacità di Cadorna di responsabilizzare, ma allo stesso tempo di supervisionare i propri subalterni, soprattutto durante le azioni di guerra. Cadorna infatti appare come un buon stratega solo a tavolino, ma “scompare” quando inizia il combattimento vero e proprio, e si dimostra totalmente incapace di correggere il tiro e supportare in tempo reale il lavoro e le necessita’ dei suoi generali. Poi, a battaglia terminata, se non si e’ ottenuto il successo prefissato sulla carta topografica, il vertice del nostro esercito si limita a “silurare” e rimpiazzare Generali con estrema leggerezza. Cadorna mai si interroga sul perchè di un insuccesso, impegnato com’e a trovar subito un buon capro espiatorio da allontanare subito dal suo Comando.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2) Cadorna non si vuol rendere conto dell’importanza delle riserve, di quelle soprattutto del Comando Supremo. Se, peraltro eccezionalmente, si ritrova un paio di divisioni sotto mano, le “conserva” gelosamente a decine e decine di chilometri dalla fronte, rendendole virtualmente inutilizzabili. In occasione della “Strafexpedition” del 1916 di riserve non ce n’erano (e furono richiamati soldati in gran fretta dalla fronte isontina), mentre durante la Battaglia di Caporetto, le poche disponibili stazionavano a Codroipo e ancor piu’ lontano dalle prime linee.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;3) Cadorna non vede che il Fronte isontino e si ostina, fino all’agosto del 1917, a dare potenti, ma onerosi urti al nemico, nel tentativo di superare l’Hermada e aprirsi una via verso Trieste, che egli stesso dichiara pero’ di considerare una mera vittoria tattica e decisamente “scomoda” per il proseguimento del conflitto.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;4) Proprio come dice Angelo Gatti nei suoi diari, al seguito del “Capo”, non si riesce a distruggere il terrore dell’arretramento tattico e ci si incaponisce sempre a rimanere su posizioni infelici. Cadorna e’ certamente costretto dal Governo a “vincere sempre”, a principale beneficio dell’opinione pubblica e della propaganda, ma si aliena comunque da qualsiasi considerazione di “difesa elastica” egregiamente adottata dai Tedeschi, come dagli Austriaci. In buona sostanza, e’ sempre preferibile sprecare ingenti quantitativi di vite umane, piuttosto che concedere, anche se temporaneamente, pochi metri di terreno. Questa e’ la filosofia del Generale.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;5) Parafrasando le parole di Angelo Gatti, Cadorna e’ da sempre impegnato a dimostrare al mondo intero e a se’ stesso, che lui solo e’ al comando e che chiunque gli stia intorno e’ una nullità, facilmente rimpiazzabile a comando. Questo dogma di ferro non verra’, ad esempio, recepito dallo stesso ottimo Generale Bencivenga, che si vedrà addirittura ridotto agli arresti, in seguito a modestissimi screzi avuti col il “Capo”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;6) Proprio a causa dell’insaziabile desiderio di onnipotenza di Cadorna, si assiste per tre anni di guerra anche alla distruzione del sistema di promozione meritocratico, ai danni dei quadri dell’esercito, a favore di uno strano connubio tra raccomandazione, intercessioni politiche e, peggio ancora, timore di accettare incarichi e responsabilità troppo grandi e ad alto rischio di “siluramento” (leggi: ignominiosa e prematura fine della carriera).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A riprova di quanto esposto fin’ora, gli stessi Alleati (nella persona del Generalissimo Foch e del Generale Roberston) identificarono queste stesse lacune e le impiegarono come principale motivazione per la richiesta di allontanamento dal comando di Cadorna (imponendo addirittura la completa sostituzione dei quadri) alla Conferenza di Peschiera, subito dopo lo sfondamento di Caporetto. Il Colonnello Gatti, nel suo “Caporetto – Diario di Guerra maggio-dicembre 1917” definisce questo atteggiamento degli alleati simile a quello degli avvoltoi che osservano la preda agonizzante: non gli si può certo dar torto.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A questo punto di proverbiale “carne al fuoco” ce n’e’ davvero parecchia. Soprattutto se si considera che lo svolgimento degli eventi successivi al 1916 conferma e riafferma tutte le idiosincrasie del Comando Supremo italiano, andando perfino oltre la battaglia di Caporetto. L’eredita’ di Cadorna infatti getto’ le stesse basi della riscossa e non fu certo cancellabile cosi’ facilmente come all’epoca si credette. Un esempio? Dopo aver discusso per giorni sulla ulteriore ritirata sul Mincio, a seguito dei tragici accadimenti dell’ottobre 1917, Diaz, Giardino e Badoglio ritornarono sui passi di Cadorna, primo ed unico tra tutti a identificare il Piave come linea di massima resistenza e successivo contrattacco. Ad ogni modo, considerare Cadorna “l’uomo di un sogno” nei termini di pura adorazione usati da personaggi come Gatti, Bencivenga e Pollio, risulta abbastanza tragico, proprio se si considera quanto spazio fu dato dal nostro governo e dal re stesso ad un generale cosi’ introverso ed ermeticamente chiuso in una sua poco realistica visione della guerra.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A Cadorna va certamente riconosciuto il merito di aver creato molto dal nulla, ma fu proprio quel pachidermico strumento bellico a cui diede vita che lo schiaccio’ inesorabilmente, per non averlo saputo domare. Un tale &amp;quot;uomo solo al comando&amp;quot; si rispecchia anche in molte analoghe figure di alto comando, durante tutta la Grande Guerra. E’ in cocnlcusione facile ed immediato il paragone con personaggi come Haig, Joffre, Nivelle, Sir John French e molti altri che, lasciati analogamente soli, nel bene e nel male, furono travolti da umane pulsioni di onnipotenza. E’ tuttavia interessante sottolineare dunque l’importanza della decisione che le forze dell’Intesa presero a Rapallo, il 6 novembre del 1917. Il Primo Ministro inglese, David Lloyd George, si rese finalmente conto del grandissimo rischio di annientamento corso da Inghilterra, Francia e Italia nel dare completamente “carte blanche” ai troppi, potentissimi “venditori di sogni”. Pertanto, con il concorso della Francia, venne creato il Consiglio di Guerra Interalleato che, per la prima volta, soggiogo’ quasi totalmente allo scrutinio dei politici l’operato dei militari.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Con il pernicioso senno del poi, di cui si deve sempre fare limitato uso, si potrebbe tranquillamente dire che se tale decisione fosse avvenuta almeno un anno prima, molte inutili stragi sarebbero state certamente evitate.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;</description>
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      <title>La trappola di Badoglio</title>
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      <pubDate>Sat, 9 May 2009 16:32:10 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2009/5/9_La_trappola_di_Badoglio_files/pietrobadoglio01.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object046_3.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 iniziò un violento fuoco di artiglierie austro-tedesche da Plezzo a Tolmino, sulla fronte Isontina. Verso le 6 del mattino il fuoco si concentrò sulle prime linee del IV e XXVII corpo della Seconda Armata italiana. I soldati fuggirono, cercando riparo nelle caverne naturali o nelle gallerie precedentemente scavate nelle alture sulla sinistra dell’Isonzo. Ben presto la linea di difesa della Seconda Armata venne sfondata a sinistra e al centro, proprio in corrispondenza degli schieramenti dei due corpi d’Armata suddetti. Dopo numerose indecisioni, cambiamenti di rotta e, in generale, un clima di totale confusione, Cadorna decise la ritirata generale, che si concluse, con moltissime perdite, il 9 novembre sulla linea del Piave.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ecco in sintesi le fasi salienti della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo o “Caporetto”. Come principali motivazioni della sconfitta, causata principalmente dall’effetto sorpresa, si possono evidenziare:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;a) i difficili rapporti tra le due fortissime personalità di Cadorna e del Generale Capello (Comandante della II Armata)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;b) un grosso errore di previsione delle intenzioni nemiche (anche dopo lo sfondamento delle prime linee Cadorna si ostinò a credere in un semplice attacco dimostrativo)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;c) un grosso ritardo nella controffensiva&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;d) un vizio iniziale nella disposizione delle truppe e delle artiglierie, troppo avanzate seguendo gli ordini del Generale Capello.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A queste principali imputazioni si potrebbero aggiungere la nebbia e la pioggia, che mimetizzarono l’avanzata nemica, la vulnerabilità del fronte italiano, troppo proteso dentro a salienti difficilissimi da difendere, e una grave “disubbidienza” del Generale Pietro Badoglio, che comandava il XXVII corpo d’armata. Parlando di quest’ultima mancanza del graduato che poi divenne uno dei personaggi chiave dell’armistizio del 8 settembre 1943, Mario Silvestri, nel suo “Isonzo 1917”, sviluppa in dettaglio la grave colpa di cui il Generale si sarebbe macchiato a Caporetto. E’ utile infatti, per molti storici, analizzare le vere cause tecniche del più grande disastro italiano della Grande Guerra, lasciandosi alle spalle la triste e scottante eredità di plagi e false accuse creata dallo Stato Maggiore italiano ai danni dei coraggiosi ed irriducibili fanti della Seconda Armata.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si sa che Cadorna, primo fra tutti, si adoperò sempre a puntare il dito contro le proprie truppe, accusandole di disfattismo e mancanza di spirito combattivo – tutto per nascondere i molteplici errori di comando e le analoghe lacune dei suoi generali. Pietro Badoglio, stanziato con il suo XXVII corpo d’armata di fronte a Tolmino, dove gli austro-tedeschi attuarono una delle due principali infiltrazioni, era sotto il comando del Generale Capello, convinto sostenitore di tattiche difensive che privilegiassero al massimo la più immediata controffensiva. In sostanza, mentre Cadorna predicava un saggio arretramento spontaneo, su linee più facilmente difendibili, Capello e Badoglio corsero il grosso rischio di avanzare tutta l’artiglieria, lasciare immutate gli schieramenti e non abbandonare neanche un solo metro quadrato; del resto, anche ogni piccolo successo, in termini di avanzata verso l’agognata Trieste, era stato pagato a caro prezzo: come giustificare dunque all’opinione pubblica i precedenti bagni di sangue di fronte ad un arretramento spontaneo?&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma Pietro Badoglio fece di più. Nella conca di Volzana, dove il XXVII corpo era schierato, l’esercito italiano si trovava nel punto più pericoloso del fronte: in quell’unico punto, l’ansa di Tolmino, gli austriaci tenevano saldamente la riva destra dell’Isonzo e stavano ammassando truppe per l’attacco. L’ordine specificamente dato da Cadorna, che il XXVII Corpo si portasse sulla riva destra del fiume, non fu eseguito; e questo ha fatto pensare molti storici, Silvestri compreso, che si fosse voluta preparare addirittura una trappola – la trappola di Volzana. Lo schieramento era tale che vi è anche stato chi ha dubitato di tradimento. Ma l’ipotesi più attendibile rimane quella della trappola, tesa da un generale irresponsabile e in cerca di facile gloria. Comunque sia, le strane circostanze che si sono verificate hanno mostrato che nel suo punto più debole e più pericoloso il fronte fu lasciato così scoperto da potersi credere che sia stato fatto apposta, sia pure per un piano, anche ottimo, che fallì. Vediamo in dettaglio le suddette anomalie:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1) il 22 ottobre fu sottratto al IV Corpo d’Armata e affidato al XXVII il tratto del fronte dove le due armate si congiungevano e dove uno sfondamento avrebbe concesso di aggirare il IV Corpo d’Armata, che era quindi quello interessato a difenderlo;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2) il movimento succitato non fu coordinato con lo schieramento seguente, così che venne a mancare una linea di resistenza continua;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;3) solo una piccola parte della brigata Napoli, destinata a coprire quel tratto di fronte, vi fu schierata, lasciando il fronte non solo praticamente indifeso, ma affidato a truppe che non lo conoscevano;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;4) le artiglierie del XXVII Corpo d’Armata, non certo schierate sulla difensiva, erano state affidate ad un nuovo colonnello (Col. Cannoniere) al quale Badoglio aveva dato l’ordine di non aprire il fuoco, che quest’ultimo si riservava di dirigere personalmente. Le artiglierie furono tagliate fuori dal cannoneggiamento di preparazione nemico, Badoglio poté raggiungerle soltanto a sera, dopo che tutto il giorno erano rimaste tragicamente silenziose. Un tiro di sbarramento di quelle centinaia di bocche da fuoco avrebbe potuto rallentare, se non arrestare, l’avanzata delle truppe austro-tedesche, ma Badoglio continuò inspiegabilmente a rendersi irreperibile e a mancare qualsiasi appuntamento tattico di controffensiva.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Balza dunque agli occhi quest’ultima considerazione e cioè che, se Badoglio avesse fatto tuonare la sua artiglieria, l’esito dello sfondamento a Tolmino sarebbe stato certamente diverso; se non altro, le rimanenti porzioni del fronte avrebbero intuito che qualcosa di grave stava accadendo, limitando così i devastanti effetti della sorpresa strategica nemica. Ma Badoglio sembra davvero aver giocato col fuoco e troppo. Ben venga la trappola preparata arrischiando l’artiglieria in piena zona di guerra (e pertanto facile preda del nemico in caso di insuccesso – come precisamente avvenne), e così pure l’attesa fino all’ultimo istante per scatenare un inferno di fuoco sugli austro-tedeschi. Ma, fidarsi ciecamente di linee telefoniche improvvisate, piccioni viaggiatori o intrepidi ma vulnerabili portaordini, per controllare da lontano lo svolgimento della battaglia e decidere il momento giusto per intervenire, fu davvero un azzardo troppo rischioso.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La Commissione d’Inchiesta ufficiale, nominata il 12 gennaio 1918, proprio per indagare sulle causa della sconfitta, indentificò in gran parte delle succitate mancanze di Badoglio i principali capi d’accusa a lui imputati. Ma la Commissione si spinse oltre, ipotizzando una sorta di patto segreto tra Badoglio e i suoi immediati superiori (Gen. Capello e Gen. Montuori – quest’ultimo comandava ad interim la Seconda Armata quel 24 ottobre 1917), trovando altrimenti inspiegabile il fatto che i Comandanti d’Armata non fossero al corrente del suo operato. Tutti e tre i personaggi, fra l'altro, vantavano lo stesso tipo di associazione massonica. Contrariamente alle aspettative, la Commissione scagionò quasi totalmente il Generale inizialmente imputato come maggiore responsabile dello sfondamento del fronte. Addirittura, sembra che dal rapporto, siano state deliberatamente asportate tredici pagine riguardanti proprio Badoglio. In buona sostanza, si elargirono gravi colpe a destra e a manca, guardandosi bene dal colpire un generale che, poco dopo, venne addirittura osannato dall’opinione pubblica per la svolta positiva presa dalla Guerra, durante la resistenza sul Piave. Si consideri allora anche il peso delle amicizie di Badoglio (il Re, il primo ministro Vittorio Orlando, lo stesso Armando Diaz che subentrò a Cadorna subito dopo Caporetto) e, ancora, la sua importante affiliazione massonica. Si potrebbe anche pensare che il comandante del XXVII corpo d’armata si limitò semplicemente ad attuare un piano segretamente ideato e impostogli dal Generale Capello che, tuttavia, uscì dall’inchiesta ufficiale particolarmente mal ridotto.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In conclusione, il comportamento di Pietro Badoglio fu in gran parte giustificato sulla base degli errori altrui e l’immagine del Generale fu forse l’unica a sopravvivere all’inchiesta ufficiale sul disastro di Caporetto, senza perdere tutto il suo smalto ed il suo prestigio. Questo interessante accadimento della Grande Guerra ha portato a lunghe discussioni ed ulteriori investigazioni da aparte di molti storici di tutto il mondo (la battaglia di Caporetto viene ancora studiata nell’Accademia millitare di West Point, negli Stati Uniti).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Probabilmente non si potrà mai fissare un punto di incontro delle molteplici tesi avanzate nel corso di quasi un secolo. Tuttavia, credo di aver trovato una giusta chiave di lettura e, soprattutto, una proverbiale valvola di sfogo per questo insolito “tormentone” di accuse, teorie e ipotesi storiche e pseudo-ufficiali. Se ci si prende la briga di leggere con attenzione l’analisi strategica della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo, redatta dal Generale Roberto Bencivenga (“La Sorpresa Strategica di Caporetto”), scopriremo che, anche se i cannoni di Badoglio fossero entrati in azione o, ancor meglio, se quest’ultimo avesse seguito le direttive difensive impartite da Cadorna, gli austro-tedeschi avrebbero comunque sfondato. Ciò probabilmente non si sarebbe verificato a Tolmino, bensì nella conca di Plezzo, dove la direttrice Saga-Udine risultava comunque totalmente scoperta e sguarnita. Inoltre, il Comando Supremo (Cadorna) non disponeva di alcuna riserva in zona (quelle più vicine erano a Udine o a Cormons, a decine e decine di chilometri dal punto di sfondamento avversario) e, proprio come avverte uno dei dogmi di Bencivenga, rimase praticamente semplice spettatore della disfatta.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Attaccando con i gas e le artiglierie nella conca di Plezzo, con grande sorpresa degli italiani, gli austro-tedeschi si trovarono quasi subito aperta e totalmente incustodita la principale via d’accesso alla pianura friulana (direttrice Plezzo-Saga-Udine); l’arretramento conseguente di tutta la Seconda e Terza Armata italiana fu allora, solo un gran bene, che riuscì anche evitare l’aggiramento sul fianco nord-orientale dell’intero fronte. E’ vero che il Bencivenga ha per molto tempo vissuto di luce riflessa del “Capo”, ma le sue osservazioni tecniche e strategiche offrono quella verità inconfutabile che manca ad una vera e completa analisi della presunta trappola di Badoglio. Per chi, ad ogni modo, continuò ad indagare sulle vere o presunte mancanze del Generale, la storia riservò in seguito moltissime altre occasioni per concretizzarne un giudizio professionale decisamente misero ed insufficiente.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;FONTI:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Isonzo 1917 –Mario Silvestri – BUR, 2001 &lt;br/&gt;Per la verità – Luigi Capello – Fratelli Treves Editori, 1920 &lt;br/&gt;Note di guerra – Luigi Capello - Fratelli Treves Editori, 1920 &lt;br/&gt;La guerra alla fronte italiana – Luigi Cadorna - 1921 &lt;br/&gt;Badoglio, il maresciallo d’Italia dalle molte vite – Silvio Bertoldi - 1993 &lt;br/&gt;La sorpresa strategica di Caporetto – Roberto Bencivenga – &lt;br/&gt;Caporetto nella leggenda e nella storia – Saverio Cilibrizzi – Libreria Internazionale Treves, 1947 &lt;br/&gt;Il Memoriale di Pietro Badoglio – Gian Luca Badoglio – Gaspari Editore, 2000 &lt;br/&gt;La rotta di Caporetto - Centro per le Ricerche Archeologiche e Storiche nel Goriziano&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Il Generale di Caporetto</title>
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      <pubDate>Sat, 25 Apr 2009 11:29:25 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2009/4/25_Il_Generale_di_Caporetto_files/capello00.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object022_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:136px; height:152px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;ll Generale Luigi Capello giunse alla ribalta della grande popolarità in occasione della presa di Gorizia, da lui vissuta in prima persona, nell’estate del 1916, e soprattutto in seguito ai complessi accadimenti della rotta di Caporetto. Nel dopoguerra e soprattutto negli anni del Fascismo, il Generale fu anche al centro della cronaca per una presunta affiliazione alla Massoneria e ad un gruppo estremista che cercò di assassinare Mussolini.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Basta leggere qualche libro di storia per capire subito che la figura di Luigi Capello, soprattutto dopo la presa di Gorizia, si rivela certamente quella di un personaggio complesso, fuori dagli schemi, che a fatica riuscì ad essere accettato e gratificato di un’altissima responsabilità dal Comando Supremo Italiano.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Di umili origini, spesso snobbate dalla casta semi-aristocratica dei quadri militari dell’epoca, ma di forte personalità, inquinata da forti tracce di arrivismo, Luigi Capello si adoperò spesso in trame diplomatiche non sempre ortodosse e in una irrefrenabile promozione di sé stesso presso la stampa, i cronisti e gli stessi uomini politici in visita al fronte o al comando d’armata. Nonostante le personalità di Cadorna e Capello si possano superficialmente assomigliare, per caparbietà, tenacia e volontà ferrea, in realtà tra i due non si concretizzò alcun tipo di sintonia e, al contrario, numerose furono le occasioni di “disobbedienza” o di insoliti e probabilmente cercati fraintendimenti di cui furono protagonisti i due condottieri.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Mentre Cadorna si applicò all’intero sforzo bellico italiano con un’inesauribile e pedante ponderatezza, Capello si rivelò sempre insofferente e, in generale, alla disperata ricerca di facili allori e clamorosi riconoscimenti. É comunque importante aggiungere a questa sete di gloria di Capello anche la sua mentalità spiccatamente aperta, elastica e vulcanica, in termini strategici, soprattutto se inserita nel vecchiume della scuola militare di un secolo fa, dei Cadorna, degli Haig e dei Joffre.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ecco allora germogliare alla piena luce del sole, subito dopo il grande successo di Gorizia, il seme dell’egocentricità di Capello. Senza nemmeno impegnarsi a fondo nell’importante disegno strategico di Cadorna (forse il suo primo ed ultimo tentativo di effettuare una vera manovra a tenaglia ai danni degli Imperiali), raccoglie un’estrema popolarità che l’Italia, a lungo digiuna di concrete vittorie, gli tributa a gran voce. Ma Capello, come avrà modo di testimoniare in dettaglio nei suoi “Per la verità” e “Note di Guerra”, raggiunge il successo anche credendo fermamente nelle innovative tecniche di difesa elastica, contrattacco e frequente rotazione delle truppe in prima linea, che solo la Germania Imperiale già da tempo impiega con ottimi risultati.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Da qui al comando della II Armata, impegnata sull’alto e medio Isonzo, il passo é breve – Capello si trova perciò a comandare ben 9 corpi d’armata, disposti dal Monte Rombon al Vippacco. Il fulgido astro di Capello è però destinato a tramontare molto presto, quando dopo pochi mesi si verifica lo sfondamento del fronte italiano proprio nella zona del fronte a lui affidata.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dai suoi stessi subalterni, Pietro Badoglio, Alberto Cavaciocchi, e Luigi Bongiovanni, per citarne alcuni, emerge la stessa impostazione di comando e azione troppo affrettata, superficiale, presuntuosa e perennemente arrivista, che troverà macroscopica conferma nel nebuloso e fallito agguato teso agli austriaci, straripanti dalla testa di ponte di Tolmino, dallo stesso Comandante del XVII corpo d’armata (Pietro Badoglio).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Di contro, l’impreparazione e le deficienze strategiche di cui l’Italia fu vittima quel tragico 24 ottobre 1917, sono in gran parte imputabili all’ottusità del nostro Comando Supremo, che si intestardì a tarpare le ali di Capello, forse l’unico comandante realmente in grado di respingere gli Austro-Tedeschi a Caporetto. Già da tempo infatti occorreva studiare nuovi metodi che consentissero di non impantanarsi, in attacco come in difesa, nella “terra di nessuno” che ormai formava su tutti i fronti europei un sanguinoso e inutile cuscinetto tra le opposte fazioni. Il merito principale di aver trovato una soluzione si può certamente ascrivere al generale tedesco Ludendorff, che si rese conto dell’importanza della difesa elastica e dell’enorme potenziale d’attacco di piccole, snelle unità, addestrate all’infiltrazione e quindi all’avvolgimento del nemico; proprio quest’ultima metodologia d’attacco stava per essere impiegata anche sul fronte Italo-Austriaco, mentre Cadorna insisteva ancora con le sue famose “spallate” in massa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La vicenda dell’ottobre 1917 si presta certamente ad un’approfondita analisi anche per sviscerare completamente anche l’atteggiamento e la personalità di Luigi Capello nel corso del suo intero comando. Mentre Cadorna ordinò sempre un tipo di difesa ad oltranza, sulle prime linee e senza mai cedere neanche un palmo di terreno, Capello favoriva la manovra, il contrattacco e il famoso “velo di truppe” sui capisaldi delle linee più avanzate.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Inoltre, mentre Cadorna credeva di poter far fronte ad un attacco, rimpinguando di carne da macello sempre e solamente quelle stesse prime linee avanzate, Capello avrebbe preferito lasciar avanzare gli avversari, per poi attaccarli ai fianchi manovrando le riserve in modo decisamente più logico e parsimonioso. Capello voleva, cercava e credeva nel suo successo sicuro, certo della validità delle proprie teorie.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si può dunque ipotizzare che Capello avesse reclutato, tra i suoi subalterni diretti, un gruppetto di “fedelissimi”, analogamente indottrinati per riuscire a ribaltare una semplice, massiccia opera di difesa voluta da Cadorna, in un vincente contrattacco generale. É impossibile non percepirlo davanti, per esempio, all’operato di Pietro Badoglio, allora comandante del XVII corpo della II Armata di Capello, in occasione dello sfondamento del fronte. Badoglio infatti, il 24 ottobre non aprì il fuoco contro le masse nemiche concentrate nella conca di Tolmino, riservandosi, in modo insubordinato, di tendere una non meglio identificata “trappola” al nemico, inseguendo in tal modo un clamoroso successo personale.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma analizziamo in dettaglio l’intera vicenda. Il 18 settembre 1917, Cadorna decide di abbandonare ogni ulteriore velleità offensiva sulla fronte Giulia, per preparasi all’inevitabile urto austro-ungarico, previsto per la primavera dell’anno successivo. Il Capo di Stato Maggiore emette allora il bollettino ufficiale n. 4470 del 18 settembre 1917 e ordina a Luigi Capello e al Duca D'Aosta di sospendere qualsiasi operazione offensiva e di disporsi in difesa. Sono giunte anche informazioni di concentrazione di truppe nemiche (tolte dal fronte russo, stravolto dalla rivoluzione) proprio nel settore di Tolmino, S. Lucia e Plezzo, sul medio-alto Isonzo. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Cadorna dà perciò disposizioni di rinforzare la zona del fronte più debole in corrispondenza del IV e XXVII Corpo d’Armata a Tolmino. Nasce tuttavia, fin da subito, un grave fraintendimento tra il Comandante della II Armata e il nostro Capo di Stato Maggiore. Capello crede che la sua controproposta di difesa elastica e contrattacchi strategici piaccia al Comando Supremo: quest'ultimo non riesce invece a identificare questo atteggiamento nelle comunicazioni ufficiali e dà per scontato che la II Armata si limiti ad una difesa passiva ad oltranza.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Da uno studio attento ed approfondito dei numerosi documenti ufficiali redatti dal settembre 1917 in poi, emerge l’incapacità’ di Cadorna a leggere tra le righe i comunicati di Capello: quest’ultimo chiede rinforzi, chiede artiglierie supplementari e, in generale, cerca e vuole a tutti i costi una controffensiva strategica in grande stile. Cadorna si limita a raffreddare tali entusiasmi e per una serie di vizi di forma, conditi da troppa superficialità e disattenzione, riesce solo a imporre a Capello una semplice controffensiva tattica, locale: per fare ciò il nostro generalissimo impiega circa un mese!!! É infatti solo del 20 ottobre 1917 (Bollettino n. 4889) l’unica comunicazione scritta che realmente chiarisce e impone a Capello gli intendimenti e soprattutto le direttive di Cadorna. Fino a questa data, mentre il nostro Stato Maggiore crede che tutto il fronte della II Armata sia stato arretrato sulla destra dell’Isonzo, Capello ha creduto di:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1) poter contrattaccare in grande stile,&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2) potersi disporre a tale scopo,&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;3) impiegare tutte le sue risorse per tendere una serie di agguati al nemico.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nelle sue due succitate apologie, Capello aggiunge anche che sarebbe stato impossibile modificare lo schieramento delle artiglierie (che si trovavano avanzatissime, in relazione alla recente offensiva sulla Bainsizza) in così poco tempo, anche se Cadorna fosse riuscito a spiegarsi prima e meglio.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si arriva pertanto alla vigilia del 24 ottobre in una clima di caos totale, mentre alcuni battaglioni sono persino in fase di trasferimento da un punto all’altro del fronte. Leggendo l’autocritica di Capello in “Per la verità” non si può dar torto ad un generale che, lasciato in pratica solo e in ogni caso sempre estromesso dalla casta aristocratica degli “alti papaveri” del Comando Supremo, si assume il titanico onere di correggere gli errori altrui, giocandosi tutto sulla propria pelle.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma il destino riserva un’ennesimo ostacolo al generale: un grave attacco di nefrite lo costringe ad abbandonare il comando della II Armata, proprio alla vigilia dell’attacco nemico. Gli antibiotici necessari per curarlo non sono ancora stati scoperti, pertanto Capello si trova costretto a letto e, quel che è peggio, ignorato da Cadorna che preferisce andare in licenza a Udine o visitare i capisaldi del vicentino, piuttosto che aggiornarsi su ciò che sta per succedere sulla fronte Giulia.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il comando della II armata viene affidato, dapprima interinalmente, poi permanentemente, al Generale Montuori: questi, gettato nel suddetto clima di caos all’ultimo minuto, non può far altro che assistere agli eventi che stanno per accadere. Al vertice del comando della II Armata non c’é dunque più nessuno in grado almeno di mettere in moto la macchina bellica così disastrosamente raffazzonata nel corso di poche settimane.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il 24 ottobre 1917, alle due del mattino, scoppia il finimondo. Le nostre difese cadono, una dopo l’altra: c’é chi muore in prima linea (le divisioni lasciate sulla sinistra dell’Isonzo), c’é chi si spara per non aver saputo arginare l’avanzata austro-tedesca (il generale Villani della 19° divisione che dovrebbe operare miracoli, almeno secondo gli ordini di Badoglio che l’ha posizionata, tutta sola, sulla sinistra dell’Isonzo), c’é chi fugge in preda allo sconforto, alla confusione e alla mancanza di comando (il fenomeno verrà poi generalizzato ed eletto al capro espiatorio per eccellenza dello “sciopero militare”), c’é chi rimane a combattere senza accorgersi di esser stato circondato (gli alpini sul Monte Nero) e c’é persino chi non si accorge dello sfondamento del fronte e non si azzarda a sparare un colpo di cannone (Pietro Badoglio, comandante del XVII corpo d’armata). &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ricordo che lo stesso Cadorna, nel Bollettino N. 4741 del 1° ottobre 1917, aveva dato questo preciso ordine: “Durante il tiro di bombardamento nemico, oltre ai tiri sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, sugli osservatori, ecc., si svolga una violentissima contropreparazione nostra... Si concentri il fuoco di grossi e medi calibri sulle zone di probabile irruzione delle fanterie... [che] dovranno essere schiacciate sulla linea di partenza.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il mistero di questo silenzio delle moltissime bocche da fuoco del XVII Corpo, che sorprese gli stessi nemici, per il grandissimo vantaggio che ne trassero, è ormai chiaro. Le artiglierie che avrebbero dovuto &amp;quot;schiacciare&amp;quot; le fanterie nemiche dove sostavano prima di muovere all'attacco erano quelle di grosso e medio calibro, che contavano oltre 400 cannoni nel settore del XXVII corpo d'armata. Badoglio volle riservare a se stesso l'impiego e, per evitare interferenze del comandante dell'artiglieria, ottenne la sostituzione del generale Scuti, che era un valente artigliere, con il colonnello Cannoniere, il quale, per il più modesto grado gli dava maggiori garanzie di obbedienza.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Badoglio disse per telefono al generale Capello di non volere dei &amp;quot;professori&amp;quot; perchè gli bastava avere un &amp;quot;esecutore di ordini&amp;quot;.(1)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Soprattutto a causa di questa grave mancanza del XVII Corpo, in poche ore gli Austro-Tedeschi dilagarono oltre tutte le linee di difesa italiane e l'ala destra della II armata fu ben presto distrutta. La battaglia era persa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dopo due giorni di confusione totale, mancanza di comunicazioni e aggiornamenti, nonché profonda crisi di comando a tutti i livelli, il 26 ottobre il primo ministro Boselli rassegnò le dimissioni. A sostituirlo fu Vittorio Emanuele Orlando. Il giorno seguente Cadorna ordina la ritirata attribuendo la responsabilità del cedimento allo “sciopero militare” dei soldati, quindi a Capello e a Badoglio.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il 28 gli Austriaci entrarono a Udine, sede del Comando Supremo italiano, trasferito in tutta fretta a Treviso e quindi a Padova. La dirompente avanzata nemica (insperata nella sua profondità persino dagli austro-tedeschi) proseguirà fino a novembre inoltrato: solo allora l’esercito italiano riuscirà a ritrovare spirito, fede, coraggio e organizzazione per arginare il nemico, comunque esausto, sul Piave. La pagina più triste di Caporetto non fu il successo delle truppe nemiche, ma quello che seguì: il caos, l'assenza di coordinamento e di collegamento, i soldati abbandonati al proprio destino, i dispersi, i furti e le violenze.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Quando le armate in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento, del Livenza e del Piave, la retrocessione delle truppe divenne un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli, colonne ferme per decine di chilometri. Non sarebbe andata cosí se i comandanti fossero stati capaci di organizzare almeno la circolazione stradale, il traffico delle notizie e i rifornimenti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Giusto per parlare di qualche cifra, la disfatta di Caporetto costò agli italiani 11.600 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La Commissione d'inchiesta su Caporetto, istituita il 12 gennaio 1918, confermò l'attribuzione della colpa della disfatta a Luigi Cadorna; eppure, bisogna segnalare che tale relazione non solo ignorò l'effettivo svolgimento degli scontri, ma non citò neanche il generale Pietro Badoglio, comandante di uno dei tre corpi d'armata travolti a Caporetto, il XVII – tredici pagine che riguardavano il suo operato vennero sottratte dalla relazione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Diversi studi tendenti a dimostrare una sua pesante responsabilità nella tragedia non sono comunque mai riusciti a delinearne una colpa oggettivamente riconosciuta e non si è potuto verificare se effettivamente si trovasse fuori posto al momento dell'attacco, come sostenuto da diversi altri generali.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ad ogni modo, dopo pochissimo tempo e davvero non si sa se in qualche relazione con i fatti di Caporetto, Badoglio ricevette un'inattesa promozione a Sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito, alle dirette dipendenze di Armando Diaz, mentre per la disfatta venivano puniti Luigi Cadorna e altri ufficiali al comando di fronti che non erano stati sfondati. Tra questi il generale Luigi Capello, sul quale Cadorna cercò di addossare ogni responsabilità, accusandolo anche di insubordinazione agli ordini di difesa ad oltranza impartiti dal Comando Supremo.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Leggendo i carteggi di Capello emerge anche un fatto abbastanza straordinario: ancora nel 1920, al momento della stesura delle sue autodifese, il Comandante della II Armata ignorava che fosse stato proprio il suo dipendente, Pietro Badoglio, ad essersi riservato autonomamente il diritto di aprire il fuoco contro il nemico, contravvenendo direttamente agli ordini del Comando Supremo (Bollettino N. 4741 del 1° ottobre 1917). Capello si tortura, chiedendosi chi possa essersi intromesso in tal modo nella linea di comando, compromettendo così forse l’unica reale possibilità di difesa italiana.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Come è possibile che, a due anni dalla fine della guerra, Capello non abbia mai più avuto modo di parlare con Badoglio e chiarire questo mistero che, ancora oggi, getta una gravissima ombra sull’operato del XVII Corpo d’Armata? Cadorna fu comunque destituito dal comando dell’esercito italiano, quindi messo a tutti gli effetti a riposo non appena se ne presentò l’occasione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Non gli fu pertanto possibile proseguire la sua opera di denigrazione ai danni da Capello, il quale proseguì in ogni caso la guerra al comando delle truppe italiane (dopo Caporetto infatti, gli venne affidata la V Armata, con il compito di raccogliere ed incorporare tutti i residui dei corpi fuggiaschi o decimati provenienti dalla II).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A partire dal 1919 Capello scrisse nei due volumi sopraccitati, una sua dettagliata autodifesa che sfiora, in alcuni punti, il patetico: si leggono infatti le parole di un condottiero caduto repentinamente in disgrazia, che sulla scorta di documentazioni ufficiali, testimonianze dirette e indirette e un’insolita, forse voluta, ingenuità continua a chiedersi il perché dell’infausto verdetto della Commissione d’Inchiesta su Caporetto, che molto sommariamente gli fece carico delle seguenti colpe (2):&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;1. “di avere, con sistemi personali di coercizione, giunti talvolta alla vessazione, aggravata la ripercussione dei criteri di governo del generale Cadorna, e di avere, con eccessivo sfruttamento delle energie fisiche e morali, come con prodigalità di sangue sproporzionata ai risultati, contribuito a determinare la depressione di spirito nella truppa.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;2. “Di non aver tempestivamente valutata la minaccia incombente sulla estrema ala sinistra della II Armata; per non avere con sincera disciplina di intelligenza assecondato il concetto difensivo del Comando Supremo, particolarmente nei riguardi dello schieramento dell’artiglieria e delle disposizioni per la contropreparazione di fuoco.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Al primo capo d’accusa Capello si difende, inserendo nel suo “Per la verità” numerose testimonianze personali di suoi subalterni e, in generale, di numerosi graduati che riescono a confutare quasi completamente la presunta crudeltà del generale. Inoltre, Capello fa presente che la sua Armata era spesso etichettata come “Armata della Salute” a causa della apparente inattività del settore di fronte assegnatogli – proprio per questo non desiderava che le sue truppe “a riposo” dopo i turni di trincea, si rammollissero nell’ozio più improduttivo, ma continuassero a lavorare alacremente per rafforzare il proprio schieramento (da qui il presunto “pugno di ferro” del generale nel mantenere sempre in attività le sue truppe, spesso con modalità pseudo-coercitive. Si era sempre in guerra del resto!).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Degna di particolare menzione é la lettera indirizzata al generale dall’Avvocato Gino Bandini, nell’agosto del 1919. Il Bandini, già fante della Brigata Abruzzi, quando si trovava al comando dello stesso Capello, nel 1916, ha modo di esternare la sua sincera ammirazione per il modo in cui &amp;quot;l’uomo buono e giusto” nonché “Duce geniale”, condusse molteplici operazioni di guerra. “Nessun comandante, come Lei, ho visto premuroso dei soldati, capace di acquistare ascendente su di essi, con una bonarietà paterna, che nulla toglieva al prestigio dell’altissimo grado, ad infondere la persuasione che Ella amava e curava le truppe alle quali sapeva chiedere quando era necessario, i piu’ ardui sacrifici. Per questo il suo nome era popolare fra i soldati; per questo essi si sentivano fiduciosi sotto il suo comando piu’ che sotto quello di qualsiasi altro; per questo anche nelle ore della sventura, io ho sentito ripetutamente invocarla come il solo possibile salvatore e rimpiangere che ella vinto dal male fisico, avesse dovuto abbandonare il comando.”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Le rimanenti imputazioni vengono confrontate con una completa ed approfondita analisi sull’operato strategico di Capello, prima e durante l’offensiva. Passando da osservazioni di carattere generale ad approfondimenti tecnici degli ordini impartiti, Capello racconta: “Riassumendo: il nostro schieramento sulla fronte dell’Isonzo era orientato, fin dall’inizio della guerra, per l’offensiva, e tale carattere si era vie più accentuato durante le azioni di maggio e di agosto e più ancora durante la preparazione della nuova offensiva progettata per l’ottobre, non era quindi possibile presumere di riuscire a capovolgere in breve tempo tale ordinamento dandogli carattere difensivo. E si noti che non soltanto l’orientamento offensivo riguardava le truppe in genere e l’artiglieria in specie, ma in modo particolare riguardava i servizi logistici considerati tanto nei loro impianti quanto nel loro funzionamento. Questa condizione di cose, evidente in tutta la sua reale gravità, doveva influire sull’animo mio, per farmi desiderare una soluzione per la quale, gettando sul fianco del nemico attaccante il pero delle nostre forze preponderanti, lo colpisse in modo da impedirgli lo sfondamento anche limitato delle nostre linee. Ma io, malgrado queste mie visioni particolari e le contraddizioni fra le quali mi dibattevo, non pensai affatto ad adottare alcun provvedimento arrischiato o che potesse tendere comunque a forzare la mano al Comando Supremo. Così non costituii il nucleo di artiglieria centrale e mi limitai a preparare le postazioni per batterie e le linee telefoniche, e quanto alla preparazione delle truppe, mi limitai a riunire ed istruire in modo speciale alcuni nuclei, quali i sei battaglioni d’assalto, la Brigata Sassari e qualche altra. Provvedimenti questi che collimarono con disposizioni esplicite emanate in seguito dal Comando Supremo in data 20 ottobre (Bollettino n. 4889) ove si dice: “troveranno posto nel quadro di una tenace difesa attiva, risoluti contrattacchi, condotti da truppe appositamente preparate”…. “ ma con carattere locale….”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Inoltre, il generale allega, tra i molti documenti ufficiali, la preziosa testimonianza del Colonnello Cannoniere, colui che avrebbe dovuto aprire il fuoco immediatamente e automaticamente sul fronte del XXVII corpo d’armata (ma che rimase, invano, in attesa di un ennesimo ordine, totalmente arbitrario, di Pietro Badoglio). Tra le altre cose, Cannoniere documenta ,con dovizia di particolari, il possente schieramento dell’artiglieria italiana e la stessa sua impostazione difensiva, ma altamente reattiva a qualsiasi possibile attacco nemico (peraltro analizzato e previsto in qualsiasi forma e modalità), dimostrando allora decisamente infondate le conclusioni alle quale arrivò la Commissione d’Inchiesta.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In particolare, Cannoniere afferma: “Dalle notizie ricevute, da quanto si era osservato, dai tiri d’inquadramento del nemico, nei giorni precedenti il 24, pur non essendosi in chiaro modo capito dove il nemico avrebbe tentato l’attacco, si era nondimeno entrati nella convinzione che esso si sarebbe svolto sul fronte del IV Corpo e della 19a divisione. Perciò erano stati presi tutti i provvedimenti atti ad impedire l’avanzata del nemico e cito i seguenti: …aumento delle artiglierie leggere…. delle batterie di obici… delle artiglierie d’assedio… continui esercizi di sbarramento e concentramento erano stati fatti e si era raggiunta una perfezione di tiro, uan celerità di esecuzione, un coordinamento di azione fra le artiglierie leggere e di medio calibro, assai confortante. Tutti i Comandi di settore fino a quelli batteria inclusi, erano stati edotti di ciò che dovevano fare in caso di offensiva nemica; tutti erano stati avvertiti che poteva avvenire il caso della impossibilità di ricevere ordini: e quindi, seguendo la predisposizioni date, si doveva agire d’iniziativa. Ogni batteria da campagna aveva una pattuglia di collegamento con la fanteria in trincea, pattuglia comandata da un ufficiale e collegata con la rispettiva batteria per mezzo di telefono, bandiere, lampade Donath, lampade Ceretti, posti di corrispondenza, pistole Very e razzi. Ogni reggimento da campagna era collegato in simil modo… ed aveva anche comunicazione eliografica…. Abbondantissimi furono i materiali telefonici di collegamento sussidiari distribuiti ai vari comandanti; quelli sulla sinistra dell’Isonzo ebbero anche cavi telefonici…. Collegamento telefonico ed eliografico vi era anche coi due Corpi d’Armata limitrofi… I continui esercizi fatti col telefono, colle lampade, cogli eliografi, con staffette, davano affidamento che il collegamento doveva essere perfetto.” (3) &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Capello continua a confutare le gravi accuse della Commissione spendendo anche una parola al riguardo di come “l’Ufficio Operazioni non reputava giovevole al servizio il sistema del generale Capello di mettersi in relazione diretta col generale Cadorna”. Vale a dire che, nonostante Capello si fosse già dovuto assentare dal comando ripetutamente, per ragioni di salute, egli non fuggì mai dalla sua prima responsabilità di interfacciarsi direttamente con Cadorna, né soprattutto di chiedergli delucidazioni e chiarimenti per dissipare l’ermeticità di tutti i Bollettini Ufficiali ricevuti durante la preparazione di settembre-ottobre.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma Cadorna non si fece spesso trovare, si allontanò dal fronte andandosene in licenza e delegò a subalterni il contatto con il comandante della II Armata. Gli dava forse fastidio ricevere consigli istruzioni da un dipendente, per giunta di estrazione borghese e non certo aristocratica, né blasonata? Probabilmente sì, visto che durante tutti gli anni di comando supremo tutti coloro che avevano cercato di confrontarsi con il “Capo” erano stati immancabilmente “silurati”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E allora perché Cadorna lasciò al suo posto Capello? Possiamo tentare un’ipotesi: probabilmente l’irriducibile certezza di Cadorna che il nemico non avrebbe comunque attaccato fino alla primavera del 1918, lo convinse a procrastinare un confronto diretto ed un successivo “siluramento” di Capello a data da definirsi.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Chi si accinge a studiare gli eventi di Caporetto, da qualsiasi angolazione, non dovrebbe allora tralasciare la lettura di “Per la verità” e “Note di guerra”, pubblicati in edizione limitata negli anni ’20. Ciò di cui Capello si rese conto troppo tardi fu che la sua vicenda s'intrecciò con quella delle supreme gerarchie e dei comandanti subordinati, e le sue responsabilità si confusero nel groviglio degli errori altrui.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Vale la pena di ricordare che all’epoca i sistemi di informazione e di comunicazione funzionavano i modo totalmente alieno a quello dei mass-media globali di oggi. Basti pensare che per scoprire che la presunta diserzione di massa dell’87° divisione nella conca di Plezzo (Alto Isonzo), che aprì un’altra importante via d’accesso all’avanzata nemica, fu in realtà l’effetto di un massiccio bombardamento a gas letali che tramutò i difensori in cadaveri ancor prima che potessero rendersi conto di quanto accadeva! Ci vollero mesi prima che questa terrificante realtà venisse alla luce e, comunque, non bastò a cancellare l’onta del reato di diserzione che Cadorna aveva gettato sull’esercito italiano già durante i primi cedimenti del fronte.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Considerando allora il farraginoso, ermetico e censuratissimo sistema di informazioni, comunicazioni e documentazione degli avvenimenti, non si fatica a spiegarsi l’ambiente a “camere stagne” nel quale ognuno dei protagonisti di Caporetto compilò memoriali, diari e testimonianze, cercando un’assoluzione o un riconoscimento personale, in totale autonomia, compromessa irrimediabilmente da una conoscenza parziale degli avvenimenti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Anche per questo motivo Capello divenne il capro espiatorio delle incertezze e delle contraddizioni politiche e militari, ma anche vittima delle sue stesse ambizioni e delle gelosie degli alti vertici di comando. Una volta spenta in qualche modo l’eco dello “sciopero militare” e della presunta propaganda sovversiva socialista, Capello, Cavaciocchi, Bongiovanni, Caviglia e moltissimi altri generali, ad eccezione di Badoglio, servirono al governo per giustificare il disastro di Caporetto agli occhi degli alleati e dell’opinione pubblica.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Sarebbe stato molto difficile confutare o almeno contestare le sentenze della Commissione, non potendo, come minimo, basarsi su una completa ed omogenea ricostruzione di quando avvenne sul campo di battaglia. Consideriamo infine che la Commissione stessa operò in tutta fretta, all’esclusiva ricerca dell’agnello sacrificale da gettare in pasto all’opinione pubblica.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In conclusione, mentre Cadorna non si poteva colpire, né punire troppo formalmente (gli Alleati, primi fra tutti, non avrebbero certamente apprezzato una simile ammissione di colpa a così alto livello di comando) e silurare subalterni, dipendenti e gregari non avrebbe saziato le ire dell’opinione pubblica, la scelta di immolare pubblicamente il secondo generale in comando si rivelò l’unica scelta disponibile.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Del resto, anche come dichiara Silvio Bertoldi(4): “Era una vecchia tattica [della Monarchia italiana] tenere in riserva un generale per i servizi di emergenza, in soccorso di un trono vacillante: un generale pronto a... far sparare sugli operai e dimostranti, a imbrigliare il parlamento, a dissolvere fermenti libertari. Tali furono, per i suoi avi, il Menabrea, il Lamarmora, il Pelloux.... Nella pratica, il Badoglio, fiduciosamente e diligentemente allevato e protetto [dalla stessa monarchia]. Il generale lo sapeva e conosceva il suo destino. Ne ebbe, di conseguenza, i consistenti vantaggi e le benemerenze.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Proprio quel comandante del XXVII Corpo d’Armata ,solo forse tra tutti i possibili candidati, fu considerato degno di risollevare le sorti del Paese, prestando la sua opera alle dipendenze del nuovo Comandante in Capo Armando Diaz.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ancora nel 1919, Cadorna cercava comunque di difendersi, scrivendo le seguenti parole al direttore del periodico “Vita Italiana”: “La Gazzetta del popolo ha pubblicato ieri le conclusioni dell’inchiesta su Caporetto. Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure di parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime… E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito…”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;É strano dunque che la stessa massoneria, alla quale anche Capello era legato, non sia intervenuta per salvare anche questo suo illustre membro, lasciandolo precipitare nel baratro dell’ignominia. Per quanto riguarda la presunta affiliazione alla massoneria di Capello, nel primo dopoguerra egli era molto attivo nelle relazioni internazionali che abbinava ad una notevole attività antifascista, tanto da essere considerato come il capo ideale di eventuali iniziative militari contro il regime. Ebbe molti incontri con gli oppositori di Mussolini e, tra questi, come accertò la polizia, parecchi con l’ex capitano degli Alpini, Tito Zaniboni. Non dimentichiamoci che nel febbraio 1923, in eloquente sintonia con la contemporanea confluenza del movimento nazionalista in quello fascista, anche il Gran Consiglio del fascismo, presieduto da Mussolini, dichiarava l’incompatibilità tra militanza fascista ed appartenenza alla massoneria. La grande maggioranza dei massoni fascisti rimase nel partito, senza tuttavia dimettersi dalla massoneria. Tuttavia destarono clamore le dimissioni dal partito fascista del generale Luigi Capello, già alto dignitario del G.O.I. (il Grande Oriente d’Italia, la principale organizzazione ufficiale della massoneria nel nostro Paese).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Due anni dopo, Tito Zaniboni veniva arrestato mentre si apprestava a sparare a Mussolini. Era il 4 novembre 1925, settimo anniversario della vittoria. La polizia riuscì quindi a costruire un legame tra l’attentatore e il generale Capello, sulla scorta di cospicui e costanti movimenti di denaro tra i due. L’attentato, a cui Mussolini sfuggì “miracolosamente”, era in realtà una trappola organizzata dalla polizia, per incastrare Zaniboni e i sui compagni.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Insieme con lui furono arrestati il generale Capello, il pubblicista Ulisse Ducci e alcuni altri incensurati. Il Tribunale Speciale fascista condannò Tito Zaniboni e il generale Capello a trent’anni di carcere. Il generale Capello fu liberato nel 1937, in considerazione della tarda età, dopo dodici anni di carcere. Morirà nel 1941, solo, dimenticato da tutti e spogliato di qualsiasi onore, persino quello della memoria.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Oggi, chi legge un saggio o una semplice narrazione della battaglia di Caporetto, non può non riconoscere nella figura del generale Capello il perno attorno al quale si mossero tutti i singoli accadimenti di quel tragico frangente della nostra storia.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Automaticamente gli viene restituita la memoria e il riconoscimento della sua opera di condottiero, solo contro tutti, che anche nella disfatta e nelle disgrazie personali si rivelò comunque il vero, unico protagonista di quel triste ottobre 1917.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt; Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;NOTE:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(1): Presente a questo colloquio telefonico era l' allora maggiore Oreste Cantatore, uno dei tre ufficiali in servizio di stato maggiore al Comando del corpo d' armata. La sua preziosa testimonianza spiega il fatto che Badoglio non sentì il bisogno di diramare ordini scritti per l' impiego delle artiglierie di medio e di grosso calibro; gli bastò ripetere a Cannoniere ciò che aveva detto a Capello: che avrebbe disposto personalmente per il loro impiego. Cannoniere, convinto di non poter agire di sua iniziativa, nella notte dal 23 al 24 ottobre chiese a Badoglio di essere autorizzato a far aprire il fuoco; l' autorizzazione gli fu negata e le artiglierie non spararono.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Fu pubblicato il testo di un ordine che Badoglio avrebbe diramato il 22 ottobre, nel quale si legge questa frase: &amp;quot;all' inizio del tiro di distruzione le nostre batterie di grosso e medio calibro dovranno intervenire battendo le trincee e i luoghi di raccolta del nemico&amp;quot;. Il generale Badoglio avrebbe dunque eseguito, sia pure con un ritardo di dieci giorni, l'ordine del Comando della II Armata dell'11 ottobre? Possiamo rispondere di no, perché quel documento è apocrifo, sebbene rechi il numero di protocollo di uno dei Documenti spariti dal diario del XXVII corpo Fin dal 1929 lo storico&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A. Lumbroso disse di aver saputo, alcuni anni prima, dal colonnello Adriano Alberti, capo dell'ufficio storico, che mancavano alcuni documenti allegati al Diario del XXVII corpo, relativi ai giorni 22 e 23 ottobre. Il colonnello Oreste Cantatore, allora maggiore, ricorda molto bene le vicende iniziali di quel diario, poiché lo compilò personalmente. Il 4 dicembre 1917 fu convocato ad Abano dal generale Badoglio, allora sotto capo di S. M. dell'Esercito, affinché gli portasse il Diario da firmare. Dopo aver apposto le firme, Badoglio gli disse di recarsi a Padova e di consegnare il fascicolo al generale Della Noce, che era stato incaricato di iniziare accertamenti sulle cause della disfatta.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il Cantatore eseguì l'ordine e assicura che il Diario consegnato la sera stessa era completo di tutti gli allegati, ma fra quelli non vi era il documento del 22 ottobre relativo all'impiego dell'artiglieria, documento che non vide mai. Ecco perché quel documento va ritenuto apocrifo, tralasciando altre prove che confortano questa asserzione. Possiamo perciò concludere: le artiglierie del XXVII corpo di armata non spararono perchè il generale Badoglio ne aveva avocato a sè l'impiego e non aveva dato disposizioni perché intervenissero d'iniziativa per &amp;quot;schiacciare&amp;quot; le fanterie nemiche prima che muovessero all'attacco.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(2) Relazione Ufficiale della Commissione di Inchiesta su Caporetto, 1919&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(3) Stralcio dalla “Relazione” diretta dal Comando d’Artiglieria del XXVII Corpo d’Armata al Comando d’Artiglieria della II Armata, ottobre 1917.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;(4)Badoglio, il maresciallo d’Italia dalle molte vite – Silvio Bertoldi - 1993&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;FONTI:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per la verità – Luigi Capello – Fratelli Treves Editori, 1920 &lt;br/&gt;Note di guerra – Luigi Capello - Fratelli Treves Editori, 1920 &lt;br/&gt;La guerra alla fronte italiana – Luigi Cadorna - 1921 &lt;br/&gt;Badoglio, il maresciallo d’Italia dalle molte vite – Silvio Bertoldi - 1993 &lt;br/&gt;La sorpresa strategica di Caporetto – Roberto Bencivenga – &lt;br/&gt;Caporetto nella leggenda e nella storia – Saverio Cilibrizzi – Libreria Internazionale Treves, 1947 &lt;br/&gt;Il Memoriale di Pietro Badoglio – Gian Luca Badoglio – Gaspari Editore, 2000 &lt;br/&gt;La rotta di Caporetto - Centro per le Ricerche Archeologiche e Storiche nel Goriziano&lt;br/&gt;</description>
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      <title>La Grande Guerra delle donne</title>
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      <pubDate>Thu, 25 Dec 2008 10:52:45 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2008/12/25_La_Grande_Guerra_delle_donne_files/Don06.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object057_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:185px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Anche nella Prima Guerra Mondiale, più che nel passato, il prezzo pagato dalle donne fu altissimo, in un conflitto che lo storico Hermann Sudermann definì “la più gigantesca imbecillità che il genere umano abbia compiuto dal tempo delle Crociate”. Per le donne il trauma bellico di lunga durata ha certamente significato lutto, sofferenza e ansia materna, ma ha causato senza dubbio anche una frattura dell'ordine familiare e sociale. Mentre la memoria e l'immagine maschile, che sono in gran parte memoria e immagini dei campi di battaglia, sono caratterizzate generalmente dal senso dell’orrore della violenza gratuita, della sofferenza e della tragedia, alcune testimonianze orali di donne, raccolte da numerosi studiosi, lasciano intravedere piuttosto un senso di liberazione e di orgoglio retrospettivo, nonchè di accresciuta fiducia in se stesse. Nelle fotografie dell'epoca le donne ritratte nelle mansioni un tempo riservate agli uomini (per esempio quelle adibite ai trasporti, come conduttrici o bigliettaie di tram) e nelle relative divise appaiono generalmente fiere, sorridenti e contente. Lo sguardo rivolto da queste donne agli orrori della carneficina di massa e’, almeno in questa particolare angolazione, diametralmente diverso. Generalizzare tuttavia, dimenticando diversità regionali e sociali, sarebbe sbagliato. Una cosa era la condizione delle donne di classi popolari, costrette a subire ristrettezze economiche e alimentari, il peso di nuove responsabilità e il superlavoro derivante dall'accumulo di compiti per l'assenza dei maschi; un'altra quella delle giovani operaie da poco entrate nel lavoro di fabbrica, esposte a lavori pesanti e pericolosi, ma pronte ad approfittare di qualche spazio di liberta dalla tutela maschile e in particolare paterna che così gli era offerto; un altro aspetto, infine, era quello delle donne appartenenti alla classe media, che trovarono per la prima volta il modo di uscire dall'ambito familiare, di sentirsi valorizzate in compiti socialmente utili e pubblicamente riconosciuti. Ma vi fu anche il caso estremo di quelle donne che dovettero subire le violenze sessuali degli eserciti occupanti. Non tutte le donne, quindi, vissero il tempo di guerra allo stesso modo, ma almeno per alcune la memoria di quel tempo “felice” appare oggi comprensibile, perché rinvia al senso di liberazione da un mondo chiuso nell'ambito privato e domestico, nel ruolo di madri e spose, nel quale si trovavano comunque “prigioniere” ancora in quel tragico agosto del 1914. A dire il vero non mancano buoni argomenti anche alla tesi contraria, secondo cui 1'effetto della guerra, specialmente all'inizio, fu precisamente l'opposto: quello di tarpare le ali ai movimenti femministi,  restituendo una drammatica preminenza al ruolo maschile come ruolo combattente e ridandogli una sicurezza ormai posticcia.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Allo scatenarsi delle ostilità, la guerra sembrò ristabilire ordine e distinzione tra i sessi, proponendo da un lato il mito dell'uomo difensore della patria e della casa, dall'altro l'immagine della donna angelo e custode, allo stesso tempo, del focolare domestico. Il prolungarsi della guerra stravolse questo effetto. A parte i rischi e i disagi, gli uomini percepivano la permanenza al fronte come una sorta di segregazione, di emarginazione dal proprio mondo: fare la guerra richiedeva molto spirito di sopportazione e adattamento a una sostanziale, rischiosissima passività, mentre le donne a casa vedevano moltiplicati i loro compiti e le relative responsabilità. L'enorme consumo di energie umane innescato dalla guerra, il bisogno crescente di manodopera in tutti i settori (specialmente nella produzione bellica), provocarono chiaramente una specie di invasione di campo femminile nelle più diverse realtà professionali. Le donne si scoprirono tranviere, ferroviere, portalettere, impiegate di banca e dell'amministrazione pubblica, operaie nelle fabbriche di munizioni. Si arrivò pertanto alla rimozione di tabù e confini tra compiti e ruoli canonici, con una nuova confusione e mescolanza dei sessi. Il risultato di tale drastica rimozione della “repressione” sociale femminile, fu dunque  un inedito anelito di libertà: vivere sole, uscire da sole, assumersi da sole certe responsabilità erano cose che ora divenivano per molte finalmente possibili, anche se non sempre accettate senza riserve dagli altri.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;LO SCENARIO&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dalla fine del 1915 i salari , che aumentavano in modo irrisorio rispetto all’aumento dei prezzi, vedevano dimezzarsi il potere d’acquisto di ogni famiglia europea. Molti generi di prima necessità, come scarpe e indumenti, sebbene sottoposti a calmiere, in realtà erano inaccessibili. Donne e bambini raccoglievano persino l’erba dei giardini pubblici, inventandosi addirittura “gustose ricette per cucinare in modo appetitoso le bucce dei legumi! I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte, dei fagioli secchi erano non solo quintuplicati, ma spesso le merci risultavano introvabili. Anche le donne che lavoravano in fabbrica, guadagnando chiaramente di più di molte altre rimaste a casa, non riuscivano a sfamare i figli con il loro stipendio. Le donne organizzarono allora veri e propri scioperi, per aumentare i salari e per porre fine alla guerra. Ad esempio, nel maggio del 1914 si astennero dal lavoro le operaie delle industrie tessili di Como, Vigevano e Borgosesia, nell’agosto del 1915 le operaie tessili di Torino; a settembre e a novembre l’agitazione si estese dal Milanese al Novarese e nel 1918, sebbene sul finire della guerra, riuscirono ad ottenere qualche aumento di salario e alcune categorie anche l’orario ridotto a otto ore. Comunque, si registrarono marcate controtendenze, volte a ristabilire i confini di un tempo e a ricondurre le donne al loro interno. Un piccolo, ma significativo indizio linguistico di tutto questo consiste nel fatto che, alle lavoratrici delle fabbriche di munizioni venisse affibbiato il termine diminutivo, ma anche vezzeggiativo di “munitionnette”, in Francia, e di “canaries” (canarini) in Inghilterra -  quasi a ribadire che esse rimanevano sempre donne, avevano cioè qualcosa di specifico che le distingueva: la grazia femminile non veniva meno anche nella fabbricazione di ordigni letali. C’e’ comunque da sottolineare che, nel caso inglese, il soprannome derivava perlopiù dalla colorazione gialla, assunta dalla pelle delle operaie, in seguito al contatto con la polvere pirica e le sostanze chimiche, evidentemente nocive, adoperate in fabbrica. A migliaia morirono le giovani operaie, a causa di ciò.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L'ICONOGRAFIA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;I compiti in cui la donna e' più frequentemente rappresentata al tempo della Grande Guerra, sono quelli più tradizionali dell'infermiera e della dama di carità, che sottolineano il ruolo tipicamente femminile di angelo consolatore, di custode, assistente e supplente dell'uomo. Giornali e riviste si occuparono, in seguito, di rappresentarne le altre realtà professionali. Mentre ai medici professionisti erano affidate diagnosi e terapia, le infermiere venivano quasi sempre relegate al compito materno della cura e della consolazione dei pazienti. Come scrisse un medico francese: “Ai medici la ferita, alle infermiere il ferito”. Gli sforzi compiuti dalle donne in questa direzione risalivano all’età pionieristica dell'inglese Florence Nightingale, durante la guerra di Crimea. In Italia il volontariato femminile, sotto l’egida della Croce Rossa, sorta nel 1864, venne successivamente incentivato da donne del ceto medio-alto come Rita Camperio Meyer, figlia di un ufficiale che aveva svolto una missione in Manciuria al tempo della guerra russo-giapponese del 1904-1905 e aveva avuto modo di apprezzare il contributo delle donne all'organizzazione sanitaria dell'esercito russo. La Croce Rossa aveva permesso alla Camperio Meyer di fondare a Milano nel 1908 la prima scuola italiana per infermiere. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l'organizzazione della Croce Rossa mobilitò moltissime infermiere volontarie, che trovarono impiego immediato nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie, nei treni-ospedale e negli ospedali piu’ grandi, lontani dal fronte. Nel 1917 le infermiere della Croce Rossa erano quasi 10.000, e altrettante quelle organizzate da altre associazioni di soccorso.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Anche la figura dell'infermiera concretizzava l'impegno femminile avvalendosi dello stereotipo dell'angelo consolatore e donando alla tragica dimensione della guerra e dello sterminio di massa una nota di indiscutibile grazia e di dolcezza. Nella promiscuità degli ospedali militari, dove le donne erano quotidianamente in contatto con gli uomini (medici e pazienti), il ruolo “angelico” e “materno” delle infermiere serviva anche a rimuovere idealmente quello sessuale, evitando i rischi e le tentazioni della convivenza coatta e quindi del “disordine” morale che poteva scaturirne. Alle infermiere volontarie ad esempio, venivano affidati i soldati semplici, i quali, essendo di estrazione popolare, non avrebbero osato concepire e meno che meno manifestare pulsioni erotiche nei loro confronti. A riprova di ciò basti consultare le molte lettere indirizzate dai soldati alle infermiere e alle “madrine” – questi documenti appaiono pervase da una deferente gratitudine che raramente  si abbandona ad atteggiamenti di affettuosa confidenza. Dunque, appartiene forse più alla letteratura romanzesca e alla fervida immaginazione degli scrittori dell’epoca, più che alla realtà del conflitto, il tema ricorrente dell’amore in guerra, di cui Ernest Hemingway ci ha regalato il suo capolavoro di “Addio alle armi”, al centro del quale c'è appunto la relazione tra un ufficiale ed un infermiera sul fronte italiano.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nella realtà le tinte di un vero rapporto sentimentale durante quegli anni, si rivelarono quasi sempre sbiadite prematuramente dall’immenso dolore per la perdita del compagno al fronte, anche e soprattutto per le infermiere, come testimonia, ad esempio, la tragica odissea di Vera Brittain, aiuto infermiera britannica, che nel corso della guerra perse il fidanzato, il fratello e molti amici d’infanzia. In ultima analisi, non si devono trascurare gli immensi rischi e le estenuanti fatiche che caratterizzavano il lavoro e la vita stessa delle infermiere, soprattutto di quelle impegnate in zona di guerra. Infezioni mortali, avvelenamento dal contatto con soldati gassati, turni massacranti e un inumano stress psicologico, lasciavano poco spazio alle relazioni sentimentali e a qualsiasi tipo di svago o passatempo.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L'OPINIONE PUBBLICA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Con un atteggiamento fin troppo paternalistico, lo scrittore Ugo Ojetti, già corrispondente di guerra del Corriere della Sera, così si esprimeva nel 1917: “La fiumana di donne penetra, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche... Talune, è vero, assomigliano ai bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, litigano, s'impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s'ha bisogno di loro... La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo…”. A colpire maggiormente l’immaginario collettivo fu soprattutto la comparsa delle donne in occupazioni tradizionalmente inconsuete,  in una specie di “mondo alla rovescia”. Spesso quotidiani e riviste dell’epoca sfoggiavano clamorose fotografie di donne italiane o straniere impegnate come spazzine, tranviere, barbiere, direttrici d'orchestra, boscaiole, ecc., apparendo tanto insolite, quanto preoccupanti nei confronti della “normalità” dettata dalle secolari tradizioni precedenti.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Del resto, quando i conduttori dei tram furono sostituiti dalle donne ci fu una levata di scudi perbenista, in quanto questo lavoro poneva le donne a diretto contatto degli uomini e solo donne di scarsa levatura morale potevano accettare tali rischi, sebbene l’amministrazione pare che avesse avuto l’accortezza di scegliere per la bisogna ragazzone robuste dall’aspetto alquanto virile. Alla fine però anche questa novità finì per essere accettata per amor di patria, ma quando una mattina videro delle donne realmente impegnate a guidare i tram, l’opinione pubblica si scatenò: i tram sarebbero deragliati e si sarebbero contati i morti, previsione che si rivelò priva di fondamento, perché il numero degli incidenti non alterò le statistiche precedenti – tuttavia continuò a suscitare viva disapprovazione il fatto che le tranviere al capolinea si accendessero spesso una sigaretta.&lt;br/&gt;Va da sé che le donne, di fatto, dovettero soprattutto accettare questo genere di responsabilità ed oneri tradizionalmente mascolini, senza poter spesso né scegliere, né godere appieno dei potenziali e presunti benefici che tali posizioni comportavano. Un tipico esempio è quello delle giovani ragazze impiegate nelle fabbriche di proiettili, il cui sangue venne letalmente inquinato e la salute gravemente compromessa, dopo già pochi mesi di lavoro a contatto con pericolosissime sostanze chimiche (vedi i “Canarini” di cui si parlava poc’anzi).&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Dal confronto tra i dati censuari del 1911 e del 1921 risulta che, tranne nell'industria, in tutti gli altri settori (trasporti e comunicazioni, commercio, banche e assicurazioni, amministrazione pubblica e privata, professioni e arti liberali) la presenza di manodopera femminile aumentò in cifre assolute, ma - a causa della crescita complessiva dell'occupazione - solo in alcuni di essi si verificò un aumento anche in percentuale: i trasporti, e soprattutto le banche e assicurazioni (dove passò dal 3,5% all'11,4%), 1'amministrazione (dal 4,7% al 12,9%) e le professioni. Ciò era l'indizio di una linea di tendenza innescata dalla guerra, che il ritorno alla normalità nel dopoguerra non fu sufficiente a invertire.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;ASSISTENZIALISMO PATRIOTTICO FEMMINILE&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Gli inni patriottici, invitando le donne ad esporre bandiere su balconi e davanzali e ad applaudire le truppe che si recavano al fronte, furono strumentali per far uscire in qualche modo dall’ombra l’universo femminile. Per chiari ed ostentati scopi assistenzialisti, le donne della propaganda militare tenevano in mano, legata al collo con un nastro tricolore, una cassettina per fare la questua per i regali da inviare ai soldati al fronte e in premio appuntavano un nastrino sul bavero dei donatori. Analogamente, soprattutto in Gran Bretagna e in Francia, specie all’inizio del conflitto, le donne davano la caccia agli aitanti giovanotti in abiti civili che, durante il passeggio, venivano facilmente “adescati” e convinti ad arruolarsi o… a fuggire a gambe levate, in qualità di presunti imboscati, crudelmente esposti al pubblico ludibrio! La tradizione di regalare la piuma bianca, simbolo di codardia, di chiara memoria ottocentesca, a tutti coloro che non vestissero la divisa, veniva dunque ripresa per rimpolpare le file degli eserciti. Infaticabili, le donne della propaganda organizzavano balli, lotterie e pesche di beneficenza, e vendevano persino, a ben cento lire, un “bacio patriottico”. Una maestrina, Luigia Ciappi, diventò simbolo delle virtù guerriere delle donne, perché si travestì da soldato e tentò di partire per il fronte.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ci fu anche un volontariato espresso esclusivamente dalle donne di estrazione borghese e aristocratica. Le cosiddette “Dame visitatrici” e quelle che si mettevano a disposizione dei vari Uffici Assistenza e Uffici Dono, avevano il compito di recare aiuto, sostegno e conforto alle famiglie dei mobilitati nonché agli stessi soldati quando si trovavano in licenza, nelle retrovie o negli ospedali. Molte di queste nobildonne, dopo brevi periodi di volontariato, decisero di occuparsi ancor più da vicino dei soldati al fronte, diventando loro stesse infermiere o fondando/finanziando unità mediche di supporto al fronte.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel sostegno allo sforzo bellico venivano indiscutibilmente alla luce quell'inventiva e quella capacità di risparmio e “riciclaggio” che erano considerate virtù tipicamente femminili e che costituiscono, da sempre, una risposta alle proverbiali “vacche magre” e ai razionamenti: preludio a quanto succederà su scala anche più larga sia nell'Italia degli anni Trenta, colpita dalle sanzioni economiche internazionali per la sua aggressione all'Etiopia, sia nel periodo della seconda guerra mondiale. Si utilizzarono, per farne cappotti, parti di pellicce prelevate da indumenti usati, si promosse allo stesso scopo l'allevamento dei conigli, si inventarono forme di riuso della carta di giornale per riscaldare il rancio nelle gavette, o speciali superfici compresse detti “coltroni” (grandi coltri) che proteggevano i soldati dal vento e dal freddo. Si inventarono speciali indumenti antiparassitari, contenenti miscele per tener lontani i pidocchi che tormentavano i fanti in trincea. Si provvide anche ad organizzare la raccolta dei noccioli di vari frutti (pesche, albicocche e prugne) per vari usi farmacologici e di saponificazione. Persino la maschera antigas, simbolo di una guerra combattuta coi mezzi più terrificanti, fu inventata, a quanto pare, dalle donne di un comitato bolognese, prima di essere perfezionata da esperti di chimica e di essere prodotta in scala industriale dai militari.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;LE REAZIONI&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La presenza femminile era percepita, specialmente dai vecchi operai, come un sovvertimento dell'ordine naturale se non un vero e proprio “attentato alla moralità”. Le nuove assunte venivano paragonate agli “imboscati” e considerate oggetto di favoritismi interessati da parte dei dirigenti maschi. Nelle lettere di protesta indirizzate dal personale ai dirigenti delle fabbriche, si parlava spesso delle donne come di “sgualdrine” che vivevano nel lusso, approfittando della loro nuova condizione sociale ed economica. Come afferma il contemporaneo Antonio Gibelli (“La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918”) “…non meno importante, fu la dilatazione dei compiti e dei ruoli delle donne nelle campagne: secondo calcoli attendibili, su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi, sicché rimasero attivi nei campi (a parte le scarse licenze) solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1, 2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l'occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità. Le donne videro ancora dilatarsi i tempi e i cicli abituali del lavoro (col coinvolgimento delle più piccole e delle più vecchie), e dovettero coprire mansioni dalle quali erano state tradizionalmente esentate”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Scompariva dunque la divisione del lavoro che voleva affidati agli uomini i compiti più pesanti e impegnativi, compresa la manovra delle macchine agricole. Malgrado tutto questo, i rapporti familiari non subirono particolari trasformazioni. Rimaneva pressochè inalterato il primato maschile e quello di genitori e “vecchi”. La donna giovane doveva rimanere sottomessa, e poiché la fonte dell'autorità - ossia il marito - era lontana, essa passava spesso ai suoceri. A dispetto della maggiore severità delle leggi e del tentativo di imporre abitudini austere conformi alla gravità del momento, anche e soprattutto nell’universo femminile, questi primi germogli di emancipazione diedero il via ad un inarrestabile rimescolamento della vita sociale e, contemporaneamente, l'affermazione di nuovi costumi. Le donne iniziarono a bere alcolici, a fumare, ad uscire di sera e a frequentare locali di divertimento, che prima erano considerati prerogativa dei maschi adulti. Tale prosaica emancipazione venne chiaramente percepita come irrequietezza diffusa e indisciplina preoccupante, in contrasto con la tradizione di attaccamento al mestiere, di ricerca della stabilità e di etica della perseveranza che le classi dirigenti avevano sempre prediletto e cercato - non senza successo - di inculcare nelle classi lavoratrici.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;GRANDE GUERRA, DONNE, CULTURA E POLITICA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Durante la guerra aumentò il numero delle donne che frequentavano gli istituti superiori; nell’anno accademico 1917-1823.000 maschi e circa 2.000 femmine frequentarono le 17 università governative e le 4 libere. Nel 1917 si laurearono 108 dottoresse in lettere, 4 in scienze economiche e commerciali, 81 in matematica, 7 in farmacia, 6 in medicina, 1 ingegneria e 1 in agraria, ma nel 1918 ci fu una flessione, sebbene il numero rimanesse superiore a quello di prima della guerra. Nacque un’Associazione di laureate e diplomate in magistero e altre cominciarono ad organizzarsi. Ristagnarono invece i progressi nella situazione politica e giuridica della donna, mentre in Gran Bretagna il 28 marzo 1917 venne varato il progetto di legge che concedeva il voto alle donne che avessero compiuto trent’anni.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel 1912 Giolitti decise d’instaurare il suffragio universale, riservato però solo agli uomini che avessero compiuto il trentesimo anno di età, anche se analfabeti; nello stesso anno finalmente, dopo laceranti discussioni, il partito socialista, soprattutto su istanza di Anna Kuliscioff, presentò un emendamento a questo progetto di riforma elettorale chiedendo il voto alle donne. L’emendamento fu respinto con 263 no e 48 sì. Giolitti che riteneva il voto femminile un salto nel buio si rallegrò che fosse stato respinto con tanta forza, ma stava maturando un ben altro salto nel buio. Le classi dirigenti, nel momento in cui chiamavano a raccolta le energie del paese, non potevano non mostrarsi più benevole, o almeno più attente, anche alle aspettative femminili. Il dovere dell'impegno richiamava per forza di cose il diritto di cittadinanza. La questione del voto alle donne, amministrativo se non politico, comincio dunque a imporsi nel dibattito. della potenzialità femminile in Italia come in tutta Europa, che diventa un problema degnissimo di considerazione quello della maggiore importanza della posizione sociale che dovrà essere riconosciuta alla donna dopo la guerra. Da molto tempo convinto che alla donna spetti fin d'ora il voto amministrativo, ritengo la manifestazione delle molteplici attività femminili durante la guerra, abbia fatto fare un passo innanzi verso la conquista del voto politico. Più o meno nello stesso senso e con analoghe cautele si esprimeva il presidente del Consiglio Borselli:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Per il voto amministrativo non credo vi possano essere dubbi o ritardi e si dovrà immediatamente consentire e consentirlo con assoluta parità rispetto al suffragio maschile. Quanto al voto politico, sono ancora incerto meco stesso fra un consenso immediato ed una applicazione successiva all'elettorato amministrativo, per guisa che questa valga come di preparazione e di prova. Ma non v'e dubbio che, o subito o poi, anche nell'elettorato politico il voto della donna dovrà essere ammesso.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ma c'era anche chi continuava a rimanere diffidente, e chiedeva alle donne un'ulteriore prova di pazienza e di buonsenso consistente nel soprassedere per il momento alle loro rivendicazioni. Ad esempio il parlamentare nazionalista Luigi Federzoni dichiarava:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Sono convinto che le donne italiane, da che e scoppiata la guerra, abbiano dato un esempio meraviglioso di patriottismo, di abnegazione e di intelligente energia. Confido che alle molte benemerenze acquistate vorranno aggiungere quest'altra, non meno degna delle loro virtù: di non complicare i gia numerosi, urgentissimi e gravissimi problemi della guerra e del dopoguerra risollevando inopportunamente e prematuramente la questione dei diritti della donna”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Se le donne inglesi alla fine della prima guerra mondiale ottennero il voto, quelle degli Stati Uniti dovettero contentarsi di partecipare al voto solo alle elezioni locali di pochi Stati dell’Unione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;DOPO LA GUERRA&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Una volta deposte le armi, tutti sentirono il bisogno di pace e di sicurezza; il rientro nei ruoli tradizionali, da tempo agognato, sembrava contribuire a questo senso di sicurezza, specialmente per quanto riguarda i maschi, che si erano visti soppiantati e minacciati nella loro tradizionale supremazia. L'esigenza di trovare un lavoro per i reduci spinse talvolta al licenziamento rapido e completo delle donne dalle occupazioni che avevano ricoperto, anche se in alcuni settori, per esempio nel terziario, la loro presenza continuò nonostante tutto a crescere. La difficoltà di trovare lavoro scatenò la guerra dei sessi che naturalmente fu perduta dalle donne, che solamente per un breve periodo ebbero diritto al sussidio di disoccupazione. La sconfitta dell’occupazione femminile fu rilevata solo nel 1921, data in cui risultarono occupate nell’agricoltura 3 milioni di donne, nell’industria un milione e 173.000 in meno rispetto al 1913, mentre le donne inattive erano 14 milioni. La retorica dominante fu infatti quella che prescriveva alle donne il rientro nei ranghi, nei ruoli familiari, nei compiti procreativi e materni. La morte di milioni di uomini il relativo fortissimo calo della natalità, alimentarono dovunque politiche di sostegno di incremento demografico, che in Italia furono fatte proprie e sviluppate con particolare forza dal fascismo, cercando di reprimere ulteriormente qualsiasi velleità d’emancipazione femminile.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Tuttavia, in conclusione, la Grande Guerra incrinò modelli di comportamento, le relazioni tra generi e classi di età, nonché tra le varie classi sociali, mettendo in discussione gerarchie, distinzioni e autorità ritenute immutabili: un effetto che - contenuto per il momento dalla legislazione repressiva - sarebbe emerso più ampiamente nel dopoguerra, contribuendo a conferire alle lotte sociali, comprese quelle per i diritti delle donne, quell'impronta di stravolgimento radicale dell'ordine esistente che avrebbe fatto per un momento tremare le classi proprietarie.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Fonti di riferimento: &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;GIBELLI ANTONIO, &amp;quot;La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918&amp;quot;, Rizzoli&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;P. BARONCHELLI GROSSON, &amp;quot;La donna delta nuova Italia. Documenti del contributo femminile alla guerra (maggio 1975 - maggio 1917)&amp;quot;, Quintieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A. BRAVO,&amp;quot; Donne contadine e prima guerra mondiale&amp;quot;, in “Societa e storia”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;ANNA RITA ZARA - &amp;quot;Le donne nella prima guerra mondiale&amp;quot;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Gli Inglesi sull’Altopiano di Asiago</title>
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      <pubDate>Sat, 17 May 2008 16:47:02 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Voci/2008/5/17_Gli_Inglesi_sullAltopiano_di_Asiago_files/tommies02.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.alessandrogualtieri.com/AG/Articoli/Media/object047_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:152px; height:166px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;La British Expeditionary Force (B.E.F.), l’Esercito Inglese, arrivo’ in forze sul fronte Italiano a partire dal Novembre 1917 (in seguito agli accadimenti di Caporetto). Nel Marzo dell’anno successivo il XIV Corpo fu dislocato tra Asiago e Canove, in appoggio alle già provate divisioni italiane in trincea. Sulla sinistra della linea comparvero anche alcune truppe Francesi, mentre all’Italia rimase il compito di difenderne i settori orientali. La situazione divento’ molto delicata quando l’Austria attaccò in forze dal Grappa a Canove, il 15-16 giugno 1918. La prima linea Alleata fu sfondata di circa un chilometro, ma subito riconquistata in seguito agli immediati contrattacchi. I primi soldati inglesi a giungere in Italia furono gli artiglieri dei Gruppi 94° e 95° che si portavano appresso 10 batterie di 40 obici da 151 mm, li comandava il generale P. D. Hamilton. Dopo la rotta di Caporetto il “Corpo di Spedizione Britannico” veniva a dar man forte alle truppe italiane, stremate dal perdurare della guerra. Cinque le Divisioni al comando del generale Sir Herbert Plumer: la 5°, 7°, 23°, 41° e la 48°. Le prime tre composte da poco più di 36.000 uomini furono schierate, nella nevosa primavera del 1918, lungo il settore centro occidentale dell’Altopiano. Il 15 giugno gli austriaci tentarono l’ultimo disperato sfondamento verso la pianura veneta; questa singola azione di guerra costò ai “Tommies” inglesi 1400 tra morti, feriti e dispersi, una enormità se si pensa che l’incarico degli alleati era, almeno sulla carta, prettamente difensivo. Nell’ottobre del 1918, a guerra ormai finita, sulla linea Cesuna – Granezza rimaneva la sola 48° Divisione che, unitamente a francesi ed italiani, insegui la ritirata nemica fino a Trento.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;La piccola epopea dei fratelli Brittain&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Nel periodo tra Giugno ed Ottobre numerose azioni tattiche di disturbo vennero lanciate ai danni degli Austriaci, soprattutto ad opera della B.E.F. Il Capitano Edward Harold Brittain, del 11esimo Battaglione degli Sherwood Foresters, aveva già servito sulla Somme e, in generale, sul Fronte Occidentale, a partire dal 1915, arruolandosi come volontario. Proprio durante l’offensiva Inglese del 1 Luglio 1916, Brittain si guadagnò una medaglia al valor militare (la Military Cross Britannica). Edward mantenne una fitta corrispondenza con la sorella Vera, all’epoca impegnata come aiuto crocerossina in Belgio, che la utilizzò poi in molte sue pubblicazioni di grande successo, come parte integrante delle sue tragiche e dolorosissime esperienze di gioventu’ (“Testament of Youth”, “Chronicles of Youth”, “Letters from a lost generation”). Vera infatti perse il fratello, molti amici e persino il fidanzato per colpa della Grande Guerra. Il 15 Giugno 1918 infatti, Edward veniva colpito a morte da un cecchino Austriaco, appostato di fronte alle trincee di San Sisto, a sud-est di Asiago. La sua scomparsa fu particolarmente traumatica per la sorella che, rimasta praticamente sola dopo una lunga e dolorosa serie di analoghe tragedie, trovò la forza per continuare nel suo crescente impegno sociale come pacifista e voce del movimento di suffragio femminile britannico. Il grande amore di Vera per il fratello prematuramente scomparso è certamente tangibile anche nel suo racconto della visita alla tomba, nel cimitero militare inglese di Granezza, negli anni ’20, che la scrittrice ci racconta nel suo “Testament of Youth”. All’epoca raggiungere il pianoro di Granezza non fu certo impresa facile, ma Vera riuscì ad impiegare mezzi di fortuna che la portarono fino al cospetto di Edward, nella boschiva e remota radura ove sorge il piccolo cimitero militare inglese. Proprio qui, sulla stessa tomba del fratello, Vera decise di far disperdere le proprie ceneri – l’ultima volonta’ della famosa scrittrice che si avverò nel 1970. Delle perlopiù sconosciute, epiche gesta di eroismo dei “Tommies” inglesi rimangono a testimonianza le numerose lapidi bianche e la libertà di chi sopravvisse. Le lapidi, che la tradizione vuole ottenute direttamente dalle bianche scogliere di Dover, in Gran Bretagna, sono bianche, tutte uguali e perfettamente allineate. Non c’è distinzione apparente tra ufficiali e soldati di truppa, solo avvicinandosi ad ogni lastra marmorea si può leggere in bassorilievo il nome e il grado del caduto, la specialità operativa, il reparto di appartenenza e l’età al momento della morte. Per lo più giovani dai 20 ai 30 anni, molti “Privates”, soldati semplici. Per tutti vale la medesima sepoltura perché uguale fu il sacrificio. A differenza dei molti cimiteri italiani ed austroungarici, da cui le salme sono state più volte traslate per giungere infine all’Ossario del Leiten, quelli britannici hanno mantenuto inumati i propri caduti dentro ai primari sepolcri. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Sull’Altopiano di Asiago i cimiteri del contingente inglese sono praticamente l’uno simile all’altro, variano leggermente per ampiezza e per il panorama che li circonda. Sono collocati in zone immerse nel verde ed alquanto comodi da raggiungere, poiché posti lungo il dedalo di stradine che centinaia di turisti usano percorrere durante le passeggiate tra i boschi. Questi piccoli “British Graves” furono costruiti sui luoghi stessi che videro lo svolgersi della lunga battaglia: in località Granezza vi sono 142 lapidi, in Val Magnaboschi 183, al Boscon 166, a Cavalletto 100, Barenthal 126. Altri cimiteri sono posti ai piedi dell’Altopiano, vicino agli ex ospedali militari, agli acquartieramenti ed agli aeroporti, a Dueville vi sono 135 salme, a Montecchio Precalcino 439. Altre sepolture inglesi sono presenti in zona Piave precisamente a Giavéra del Montello e a Tezze di Vazzola. La data di costruzione dei British Cemeteries rimane incerta, alcune foto tratte dall’”Illustrazione Italiana” ritraggono i reali di Inghilterra in visita presso Magnaboschi allle tombe dei loro connazionali. L’intestazione della rivista è della primavera 1923, si può quindi evincere che dopo appena 3 o 4 anni dalla fine del conflitto il cimitero era già stato ultimato.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Oggi come allora la sensazione che impressiona il visitatore è la semplicità e la perfezione in cui versano questi piccoli fazzoletti di terra, a tal fine erano rivolte le intenzioni dell’architetto Sir Robert Lorimer che ne diresse i lavori. Esternamente, sulla entrata, una epigrafe avverte il pellegrino: &amp;quot;Il suolo di questo cimitero è stato donato dal Popolo italiano per l’eterno riposo dei soldati delle armi alleate caduti nella guerra 1914 -1918 e che saranno qui onorati”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Tanto ordine e perfezione è mantenuta da un responsabile: Claudio Magnabosco. Praticamente da sempre la custodia è demandata dal Commonwealth alla sua famiglia, tra le due guerre se ne occupò il nonno GioMaria al quale seguì il padre Giacomo che passo l’incarico, tuttora ricoperto, al figlio. Con meticolosità che potremmo definire anglosassone vengono eseguiti il falcio dell’erba, la pulizia di lapidi e monumenti ed il rinnovo del registro visite. Quest’ultimo è mensilmente spedito alla sede romana della War Graves Commission responsabile della Western Mediterranean Area che periodicamente invia suoi emissari a controllare lo stato delle strutture murarie e le condizioni dell’arredo vegetale. Oltre ai cinque cimiteri dell’Altopiano la famiglia Magnabosco si occupa periodicamente delle cure di altre singole tombe inglesi situate in terra trentina: 2 a Matterello, 2 a Romagnano e una presso il cimitero civile di Trento. Per lo più si tratta di avieri caduti col proprio aereo in zone allora occupate dalle truppe austriache. Ovviamente il grosso del lavoro è assorbito dai cimiteri dislocati sui Sette Comuni, visitati d’estate da migliaia di persone.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Giovanni Dalle Fusine e Alessandro Gualtieri&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Copyright Alessandro Gualtieri 2010&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Per ulteriori approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.lagrandeguerra.net/&quot;&gt;www.lagrandeguerra.net&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;</description>
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