Alessandro Gualtieri
 

CAPORETTO

Il Prezzo Della Riscossa


Disponibile IN TUTTE LE LIBRERIE, AMAZON.IT E MATTIOLI 1885

Mattioli 1885 Edizioni ISBN:9788862614313http://www.mattioli1885.com/store/index.php?main_page=indexhttp://www.mattioli1885.com/shapeimage_2_link_0
 

Le ragioni dello sfondamento di Caporetto da parte dell’esercito austro-ungarico del 1918, non sono del tutto note, almeno al grande pubblico che associa immediatamente questo nome al semplice e devastante concetto di disfatta totale.

L’inarrestabile avanzata nemica costrinse tutti i nostri uomini sul Piave, dove solo dopo alcuni mesi si esaurì lo slancio offensivo nemico. Anche sulla base di molte di quelle cause della tragica “rotta” del 24 ottobre 1918, l’Italia riuscì a rialzarsi. Ci sarebbe voluto esattamente un anno di tempo, prima di rinnovare lo spirito d’offensiva e costringere, infine, gli invasori del “suolo sacro della Patria” all’armistizio: la rivincita di Vittorio Veneto.

 

Caporetto, per le tante gocce di sangue chieste alla Nazione, fu il proverbiale vaso che trabocca dopo innumerevoli sacrifici e un luogo comune ancor oggi incompreso da molti studenti e studiosi dell'argomento.


Fu vera catastrofe o lo spunto per risalire verso la riscossa? Entrambe le ipotesi ci indicano la verità. Il 24 ottobre del 1917, e per altri sedici giorni, l’Italia fallì, crollò, si inginocchiò alla forza d’urto degli Imperi Centrali. Nonostante il Bollettino del Comando Supremo, a firma Generale Cadorna, parlasse inizialmente di “Valorose nostre truppe che rallentano l’avanzata nemica con la rottura dei ponti”, l’Esercito italiano perse centinaia di migliaia di uomini tra morti, feriti, prigionieri e sbandati. Cifre, numeri, puntini sulle mappe dello Stato Maggiore, buoni per alimentare la successiva commissione d’inchiesta. In realtà persone, vite spezzate da una guerra che ormai tutti odiavano, compresi interventisti e volontari della prima ora.


Lo evidenzia Gualtieri in quest’ottimo saggio, l’ennesimo suo sull’immane tragedia mondiale. Egli scava sulle motivazioni, chiama sul banco degli imputati il generalissimo Cadorna e i suoi subalterni, non tralasciando tra le cause lo stato d’animo del fronte interno.

Bene spiega Gualtieri queste verità, coinvolgendo Carl von Clausewitz per l’analisi della ricerca, un “guru” per gli ufficiali Imperiali d’ogni tempo, nonostante il suo decesso sia di quasi un secolo antecedente alla Grande Guerra.


Se davvero i vari Below, Scotti, Krobatin e Boroevic avessero analizzato “L’arte della Guerra” del teorico prussiano, avrebbero anche letto che: “Per l’attaccante, onde non spingere le imprese al di là dei suoi mezzi, è importantissimo congetturare se l’avversario si abbatterà stordito dal dolore per il colpo che ha ricevuto, oppure se invece sarà eccitato fino al furore come un toro ferito e infine, indovinare se le altre Potenze saranno spaventate o irritate, se e quali combinazioni politiche si stringeranno o si scioglieranno”. L’avversario in questo caso era l’Italia, stordita dalle bordate degli austro tedeschi, ma non vinta, capace di risollevare il capo e “schierarsi a coorte”.


Un anno dopo Caporetto, le teorie inascoltate di Von Clausewitz ebbero conferma, scritte con altro verbo sul “Bollettino della Vittoria”, riportate su lapidi murate presso ogni municipio del bel Paese. Sacrari e monumenti con le spoglie mortali e i nomi dei protagonisti caduti arrivarono qualche anno più tardi. Da allora in poi, si capì il prezzo della vittoria: sempre e comunque troppo gravoso per ogni popolo.